Fabrizio Plessi se n’è andato a 86 anni, a Venezia, la città che aveva scelto da adolescente e che sarebbe diventata molto più di un luogo: una presenza costante, una sorgente d’immagini, la vera grammatica della sua arte.

 

Con lui scompare uno dei protagonisti più originali dell’arte contemporanea italiana, un pioniere della videoarte capace di intuire con straordinario anticipo ciò che sarebbe diventato il nostro presente. Quando gli schermi erano ancora lontani dall’occupare ogni spazio della nostra quotidianità, Plessi aveva già capito che la tecnologia poteva diventare materia artistica, spazio poetico, strumento per interrogare la natura e il tempo.

 

Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940, si trasferì giovanissimo a Venezia e qui si formò all’Accademia di Belle Arti, dove in seguito avrebbe anche insegnato pittura. È nella città lagunare che cominciò a costruire quel linguaggio che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: un dialogo incessante tra materia e immateriale, tra elementi naturali e immagini elettroniche.

 

L’acqua fu il primo grande protagonista della sua ricerca. Acqua reale e acqua rappresentata, acqua che scorre e acqua che appare sullo schermo. Poi arrivarono il fuoco, la lava, l’aria, la terra. Elementi primordiali che Plessi non si limitò a rappresentare, ma trasformò in immagini, installazioni, ambienti e grandi macchine sceniche.

 

La sua intuizione fu radicale: il monitor non era soltanto un mezzo attraverso il quale mostrare un’opera. Poteva diventare esso stesso materia dell’opera. Poteva stare accanto al ferro, al legno, alla pietra. Poteva dialogare con l’architettura e con lo spazio, fino a trasformarlo.

 

Era una concezione dell’arte profondamente moderna, ma anche profondamente antica. Perché Plessi utilizzava le tecnologie più avanzate per tornare continuamente alle cose essenziali: l’acqua, il fuoco, la luce, il movimento, il passaggio del tempo.

 

Nel 1986 arrivò uno dei momenti più importanti della sua carriera, quando rappresentò l’Italia alla Biennale di Venezia con Bronx. La presenza di televisori e immagini elettroniche all’interno dello spazio dell’arte contribuì a consacrare il suo percorso e a riconoscere definitivamente il video come un linguaggio artistico capace di stare accanto alla pittura e alla scultura.

 

Ma Plessi non è stato soltanto un artista della tecnologia.

 

Anzi, forse la parola “tecnologia” rischia di essere riduttiva se riferita al suo lavoro. Per lui gli schermi, i monitor, le luci e le immagini digitali erano strumenti per parlare di qualcosa che precedeva la tecnologia: la meraviglia.

 

Le sue opere avevano spesso una dimensione monumentale. Entrare in un’installazione di Plessi significava trovarsi dentro un paesaggio mentale, in cui il movimento dell’acqua poteva diventare un’immagine luminosa, il fuoco una pulsazione elettronica, la luce una materia quasi fisica.

 

E Venezia, naturalmente, era il luogo ideale per questa ricerca.

 

Una città costruita sulla terra e continuamente trasformata dall’acqua. Una città di pietra e riflessi, di architetture reali e immagini che sembrano dissolversi sulla superficie della laguna. Plessi aveva compreso profondamente questa natura ambigua e mutevole della città, facendone una parte essenziale del proprio immaginario.

 

Non a caso, quando parlava di Venezia, la definiva la “grammatica” del suo lavoro.

 

La sua arte nasceva proprio da quella grammatica: dall’acqua che riflette, dalla luce che cambia, dalla materia che si trasforma. Ma anche dal rapporto tra passato e futuro. Plessi non ha mai avuto paura della tecnologia e non l’ha mai vissuta come una minaccia alla tradizione. Al contrario, ha cercato continuamente di mettere in comunicazione mondi apparentemente lontani.

 

Per questo il suo lavoro appare oggi, nel tempo degli schermi, delle immagini digitali e dell’intelligenza artificiale, sorprendentemente attuale.

 

Plessi aveva intuito che il digitale non avrebbe significato necessariamente la scomparsa della materia. Avrebbe potuto diventare un’altra forma di materia: più fragile, più effimera, fatta di luce e di immagini.

 

È forse questa la parte più profonda della sua eredità.

 

Ci ha insegnato a guardare la tecnologia non soltanto come uno strumento, ma come un possibile linguaggio poetico. A vedere nell’immateriale qualcosa che può avere una presenza. A riconoscere nella luce, nell’immagine e nel movimento una nuova forma di scultura.

 

Le sue opere continueranno a fare ciò che hanno sempre fatto: accendersi, muoversi, riflettere, suggerire.

 

E continueranno soprattutto a porre una domanda semplice e immensa: dove finisce la realtà e dove comincia l’immagine?

 

Plessi ha trascorso una vita intera su quella soglia.

 

Tra acqua e luce. Tra pietra e schermo. Tra natura e tecnologia. Tra ciò che possiamo toccare e ciò che possiamo soltanto vedere.

 

Oggi che Fabrizio Plessi non c’è più, resta il suo universo di immagini. Un universo nel quale la tecnologia non è mai stata fredda, perché era attraversata dalla memoria degli elementi e dalla fragilità dell’uomo.

 

Resta Venezia, con la sua acqua che continua a muoversi sotto i palazzi.

 

Resta la luce.

 

E resta soprattutto l’idea che anche ciò che sembra immateriale possa diventare arte, memoria e poesia.