“E adesso si svegliano tutti. A cominciare dai dem americani. L’ubriacatura woke fa male alla sinistra e lo riconosce persino Ocasio-Cortez. Chi di noi in questi anni ha tentato di affermare le ragioni del buon senso è stato insultato e considerato fuori linea. E adesso che finalmente il tempo è galantuomo lo dico di nuovo ad alta voce: alla sinistra serve meno ideologia e più politica”.
Parte da questo affondo, pubblicato da Matteo Renzi sui suoi canali social, la lettera più articolata che il leader di Italia Viva ha affidato a Repubblica. Un affondo che poi si trasforma in ragionamento programmatico, agganciandosi a quanto dichiarato da Giuseppe Conte in questi giorni, sulla politica woke legata a battaglie di diritti sulla tutela dell’identità.
Il leader di Italia Viva condivide l’analisi dell’ex premier: per contrastare la destra non serve arroccarsi sulle battaglie identitarie, ma rimettere al centro il portafoglio e la vita reale delle persone. “La questione sociale, il benessere materiale, la quotidianità, non la cultura woke”, è la sintesi.
Una riflessione che nasce da un dato che Renzi considera centrale: “in quattro anni di governo Meloni, sottolinea, si è allargata l’area della povertà e si è ristretta la capacità di spesa di lavoratori e pensionati”. È il segnale che qualcosa nel modello non funziona, e che il baricentro del dibattito va spostato.
Da qui la proposta: ripartire dal ceto medio. Quella fascia schiacciata tra inflazione, bollette e salari fermi che, secondo Renzi, deve tornare a respirare. “Tutto il resto viene dopo”, scrive, ma avverte: gli strumenti vanno maneggiati con cura, senza scorciatoie assistenzialiste.
Ed è su questo che si innesta il tema più divisivo, quello woke. Renzi dice di riconoscersi nello slogan di Conte, “meno woke e più economia”, e lo rilancia a modo suo: “meno sussidi e più sussidiarietà”. Una formula che racchiude la sua idea di riformismo: non smantellare le tutele, ma renderle sostenibili.
Il ragionamento di fondo è politico e culturale insieme. Il ruolo dei riformisti, osserva, non è inseguire una deriva statalista, ma garantire uno Stato sociale che funzioni. E liquidare la cultura woke solo perché elettoralmente penalizzante sarebbe un errore di calcolo, una semplice tattica. Serve invece una riflessione più profonda.
Superare gli eccessi del woke, nella sua lettura, non significa rinnegare nulla sul fronte dei diritti. Anzi, rivendica con nettezza la linea: difesa della diversità, lotta a ogni forma di razzismo, omofobia e antisemitismo restano pilastri non negoziabili.
Ma, aggiunge, una coalizione progressista non può vivere solo di simboli. Deve dare risposte su nodi concreti: la povertà educativa che segna il futuro dei ragazzi, le liste d’attesa infinite nella sanità, il divario di genere nel lavoro, le fratture territoriali del Paese. E deve farlo con un approccio pragmatico: sull’energia, per esempio, scegliendo la tecnologia e non l’ideologia, e ripensando un welfare ormai inadeguato di fronte all’inverno demografico.
In fondo, il messaggio è uno: meno bandiere identitarie, più risposte materiali.




