Questa mattina, a Pavana, nel cuore dell’Appennino che ha sempre amato, Francesco Guccini ci ha lasciato. Aveva 86 anni.
Ad accompagnarlo negli ultimi istanti la moglie Raffaella, la figlia Teresa e i suoi cari.
A darne notizia è la famiglia, con una nota in cui chiede rispetto e silenzio: “Nel rispetto della sua volontà, i funerali si terranno nei prossimi giorni in forma strettamente riservata”.
E ancora: “Chiediamo che questo momento di lutto possa essere vissuto nell’intimità. Ringraziamo chi vorrà ricordarlo con affetto e discrezione. Per dare a tutti la possibilità di un saluto, a settembre organizzeremo una commemorazione pubblica”.
L’addio di un poeta con la chitarra
Con Guccini se ne va una voce che per oltre 50 anni ha fatto da colonna sonora alle nostre storie. Non era solo un cantautore. Era un narratore, un professore, un osservatore ostinato e ironico dell’Italia.
Ha cantato le osterie e le piazze, gli amici perduti e le rivoluzioni mancate, l’amore e la solitudine, la montagna e la città. Ha messo in versi la rabbia di La locomotiva, la malinconia di Auschwitz, la tenerezza di Cyrano, la memoria di Dio è morto.
Le sue canzoni non cercavano il ritornello facile. Cercavano la verità. A volte scomoda, a volte amara, sempre onesta.
Pavana, il suo rifugio e la sua scena
Era nato a Modena nel 1940, ma la sua casa del cuore era lì, tra i boschi di Pavana.
Da quelle finestre ha scritto, letto, discusso. Da lì è sceso a Bologna, a Milano, in tournée, per poi tornare sempre.
In quell’Appennino ha trovato il silenzio di cui aveva bisogno per ascoltare il mondo.
Un’Italia che perde la memoria cantata
Guccini non inseguiva le mode. Le guardava da lontano, le commentava, le smontava con un verso.
Ha insegnato a generazioni che una canzone può essere un racconto lungo, un romanzo in 5 minuti. Che si può parlare di politica senza slogan, di fede senza retorica, di vecchiaia senza paura.
I giovani lo hanno scoperto sui vinili dei padri. I meno giovani lo hanno seguito nei teatri, negli stadi, nelle piazze. Tutti hanno trovato in lui un punto fermo.
Il saluto a settembre
La famiglia ha scelto la riservatezza per l’ultimo viaggio, come avrebbe voluto lui: niente clamore, niente passerella.
Ma ha promesso anche un momento collettivo tra un mese. Perché Guccini apparteneva a tutti. E tutti hanno il diritto di dirgli grazie.
Oggi la musica italiana è più povera. Perde uno dei suoi autori più grandi, quello che ha trasformato le parole in canzoni e le canzoni in coscienza civile.
Resta la sua voce roca. Restano i dischi. Restano versi che continueremo a citare quando non sapremo come dire una cosa:
“…e cammineremo ancora, con le nostre inutili speranze…”.




