Parliamo di Nolan senza parlare ancora della trama del film, ma di un’ennesima vicenda che lo riguarda.
C’è qualcosa di profondamente ironico nella vicenda che vede protagonisti Christopher Nolan ed Emily Wilson. Per mesi il regista britannico aveva indicato la traduzione inglese dell’Odissea firmata dalla classicista come uno dei riferimenti principali per il suo kolossal. Un riconoscimento importante, che sembrava certificare la volontà di confrontarsi con il testo di Omero nella sua rilettura più moderna e autorevole. Poi è arrivata la doccia fredda.
Wilson, docente di Studi Classici all’Università della Pennsylvania e prima donna ad aver tradotto integralmente l’Odissea in inglese, non si è limitata a prendere le distanze dal film. Lo ha demolito con una durezza rara. In un saggio pubblicato sulla London Review of Books e in successive interviste, ha definito la sceneggiatura «scritta malissimo», arrivando ad affermare che si vergognerebbe di aver firmato anche una sola riga del copione.
Parole che hanno inevitabilmente fatto rumore. Non soltanto perché rivolte a uno dei registi più celebrati del cinema contemporaneo, ma perché pronunciate dalla stessa studiosa il cui lavoro era stato pubblicamente elogiato da Nolan durante la promozione del film.
Liquidare la questione come un semplice scontro di opinioni sarebbe però riduttivo. Wilson non contesta gli effetti speciali o la spettacolarità del film, elementi che riconosce come efficaci. Il bersaglio della sua analisi è un altro: la perdita di ciò che rende immortale il poema di Omero.
Secondo la classicista, il film rinuncia alla profondità psicologica dei personaggi, semplifica i conflitti morali e trasforma un viaggio fatto di memoria, identità e responsabilità in un racconto dominato dall’azione. Per Wilson manca tutto ciò che rende davvero universale l’Odissea: il rapporto tra guerra e ritorno, il peso del tempo, le conseguenze delle scelte, la complessità degli affetti.
È una critica letteraria prima ancora che cinematografica. E proprio per questo assume un peso diverso rispetto alle recensioni tradizionali.
La polemica riapre una questione antica quanto il cinema: fino a che punto un adattamento deve essere fedele alla propria fonte?
Nolan non ha mai promesso una trasposizione filologica dell’Odissea. Come ogni autore, ha costruito una propria interpretazione del poema. Ma il problema sollevato da Wilson non riguarda la fedeltà ai fatti narrati. Riguarda la fedeltà allo spirito dell’opera.
Per la traduttrice, il film conserva l’apparato spettacolare del mito ma ne sacrifica il cuore. L’Ulisse cinematografico perde quella complessità morale che lei aveva cercato di restituire già dalla celebre apertura della sua traduzione — “Tell me about a complicated man” — diventata negli anni quasi un manifesto interpretativo del personaggio.
Eppure c’è un elemento che rende questa storia meno scontata. Pur demolendo il film, Wilson riconosce a Nolan un merito importante: aver riportato l’Odissea al centro della cultura popolare.
Le vendite delle traduzioni del poema sono aumentate sensibilmente dopo l’uscita del film e l’interesse verso il mondo classico è tornato a crescere. Per questo la studiosa arriva a una conclusione solo apparentemente contraddittoria: considera il film artisticamente fallimentare, ma culturalmente utile. Se un blockbuster convince nuove generazioni a leggere Omero, sostiene, allora produce comunque un effetto positivo.
La vicenda Wilson-Nolan racconta qualcosa che va oltre il destino di un singolo film. Oggi i grandi classici sono sempre più spesso materia da reinventare per il mercato globale. Ma ogni rilettura porta con sé una domanda inevitabile: quanto si può semplificare un’opera senza impoverirla?
Le parole della traduttrice non rappresentano soltanto una stroncatura. Sono un richiamo al valore della scrittura. Per Wilson, la forza dell’Odissea non risiede nei mostri, nelle battaglie o negli effetti spettacolari, ma nella capacità di raccontare esseri umani contraddittori, fragili e moralmente complessi.
È probabilmente questo il punto più doloroso della sua critica. Non contesta a Nolan di aver tradito Omero. Gli rimprovera di non essere riuscito a far parlare davvero i suoi personaggi. E, per chi considera la parola il vero motore del mito, è un’accusa ben più pesante di qualsiasi recensione negativa.




