Il primo atto della vicenda giudiziaria che vede coinvolta l’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, Ilaria Salis, si è chiuso con una sentenza che pesa. Il Tribunale del Lavoro di Milano l’ha condannata a risarcire poco più di 300 mila euro a due ex membri del suo staff.

La storia parte da marzo 2024. In quel mese Salis avrebbe deciso di interrompere in modo immediato i contratti con due suoi assistenti. Niente preavviso, niente tempi di transizione. Le lettere di recesso parlavano di “venuto meno del rapporto di fiducia”: per uno dei due si citava una “incompatibilità di carattere personale e di ambiente”, per l’altro una “performance non ritenuta adeguata”.

I due collaboratori però non ci sono stati. Hanno fatto ricorso, chiedendo le mensilità che avrebbero dovuto percepire fino alla naturale scadenza dei contratti, fissata al 16 luglio 2029. Stipendi da 2.900 e 3.000 euro al mese.

A mettere il punto è stato a marzo il giudice Franco Caroleo. Nella sentenza depositata nelle scorse settimane ha accolto le ragioni dei ricorrenti. Il motivo è semplice e sta nel diritto del lavoro: quando un datore di lavoro licenzia per giusta causa, deve dimostrarla. E secondo il giudice quella prova non è arrivata. Salis, infatti, non si è presentata in aula e non ha depositato memorie difensive, restando contumace. Per questo il Tribunale ha dichiarato “infondata la giusta causa” invocata per i licenziamenti e ha calcolato il risarcimento sommando tutte le retribuzioni fino al 2029.

La decisione può essere impugnata, e infatti lo è già. Ma intanto la notizia, rimbalzata da una rivista specializzata solo in questi giorni, ha acceso subito il dibattito politico.

Dalle opposizioni sono arrivate bordate secche. “Parlano di diritti ma poi li calpestano. Anzi, li calpestano malissimo”, ha detto il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Da Fratelli d’Italia il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli è andato giù duro: “C’è chi fa i paladini dei lavoratori a parole e chi, come Salis, li tratta così. Mandarli via senza motivo, dall’oggi al domani, è un gesto grave che lascia le persone senza prospettive”. Su X anche il vicepremier Matteo Salvini ha commentato con un secco “spiace…”.

In serata è arrivata la replica della stessa Salis. L’eurodeputata ha definito “surreale” l’intera vicenda e ha spiegato di non aver potuto presentare la sua versione nel primo grado di giudizio. “Ho già presentato appello – ha dichiarato – e confido che nel prossimo grado si ricostruiscano i fatti in modo corretto. La scelta di chiudere quei rapporti non è stata un capriccio né è avvenuta senza ragioni. È stata una decisione necessaria per garantire la serietà del mio mandato, la gestione responsabile delle risorse pubbliche e la tutela delle persone che rappresento”.

Ora la parola passa alla Corte d’Appello. In mezzo resta una domanda che va oltre il singolo caso: quanto è sottile il confine tra la libertà di un parlamentare di scegliere il proprio staff e la tutela di chi lavora con contratti legati al mandato elettivo? Una sentenza di primo grado non fa giurisprudenza. Ma fa rumore.