Prima il rifiuto, poi il via libera spinto da Meloni. L’Italia manda un sottosegretario al vertice sugli “antifa” e le opposizioni parlano di “subalternità”.
Nel mezzo la formula di compromesso studiata da Palazzo Chigi: niente ministro, meglio un sottosegretario. Così la sedia italiana al summit di Washington sulla presunta “rinascita del terrorismo di estrema sinistra” non resta vuota, ma il governo evita di esporsi al massimo livello.
La scelta: presenziare senza esporsi troppo
Il vertice è voluto da Marco Rubio e ha al centro uno dei pallini di Donald Trump: gli antifa.
Etichettati lo scorso anno con un ordine esecutivo come “organizzazione terroristica interna”, negli Stati Uniti finiscono sotto questa sigla realtà molto diverse tra loro: dai movimenti contro l’Ice alle proteste nei campus, fino alla sinistra radicale. Un’etichetta che in Europa non ha riscontri giuridici né politici.
L’invito è arrivato in ritardo a oltre 60 Paesi. Molti hanno risposto con prudenza, mandando personale diplomatico. L’Italia no. Punta a esserci con un nome politico: secondo le indiscrezioni il più quotato è Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno della Lega.
Un livello in più rispetto agli altri, che però per l’opposizione significa una cosa sola: allineamento a Washington.
L’attacco delle opposizioni: “missione indecorosa”
La virata ha ricompattato un fronte che negli ultimi giorni era apparso in ordine sparso.
Per l’ex ministro dem Enzo Amendola è una “missione indecorosa”. Per la senatrice M5s Alessandra Maiorino è il “tentativo disperato di rientrare nelle grazie del presidente americano, anche a costo di sposare un modello fascistoide”.
Duro anche +Europa: Riccardo Magi chiede al governo di fare retromarcia, o quantomeno di dire a Rubio che il vero problema per le democrazie oggi è “l’involuzione illiberale degli Stati Uniti di Trump”.
I leader di Avs, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, annunciano un’interrogazione. Vogliono capire se a giugno siano davvero arrivate richieste dall’amministrazione Usa su gruppi e associazioni della sinistra italiana. Per loro l’Italia avrebbe dovuto “prendere le distanze” da quella che definiscono una “caccia alle streghe ideologica”.
Anche da Italia Viva arriva la stessa lettura. Enrico Borghi parla di “costante subalternità” a Washington. “Non è così che si torna a fare da ponte tra Europa e Stati Uniti”, attacca.
Il dilemma del ponte
La questione non è solo di protocollo. È politica, e pesa. Il governo dice: non potevamo lasciare vuota la sedia. Meglio esserci, anche a basso profilo, per parlare e portare la nostra voce. Le opposizioni rispondono: esserci a questo vertice, con questi contenuti, significa avallare una narrativa che da noi non esiste.
In mezzo c’è il rapporto personale tra Meloni e Trump. Un asse che dopo l’ultimo episodio dell’ordinanza sbandierata dal tycoon sui social appare ancora più delicato. E ogni mossa viene letta così: come un “sì signore” alla Casa Bianca.
Forse è ingeneroso. Forse è realismo. Il punto è che Palazzo Chigi ha scelto di non isolarsi. Ha preferito il rischio di una critica interna al rischio di un’assenza esterna.
Ha scommesso che parlare, anche da sottosegretario, valga più che tacere da ministro.
Se questa sarà la strada per ricostruire quel famoso “ponte” tra le due sponde dell’Atlantico, lo vedremo. Per ora però quel ponte sembra avere una sola corsia: quella che va verso Washington. E a sinistra questo non passa.




