C’è un appello che intende far rumore a Montecitorio. Lo firmano donne di schieramenti opposti, da Azione alla Lega, da Forza Italia al Pd fino ad Alleanza Verdi Sinistra. L’obiettivo è uno solo: discutere sull’introduzione delle preferenze nella nuova legge elettorale. Perché, dicono, “finirebbero per penalizzare chi già fatica ad entrare in Parlamento: le donne”.

Elena Bonetti, Silvana Comaroli, Isabella De Monte, Chiara Gribaudo e Luana Zanella scrivono nero su bianco mentre alla Camera si discute la riforma. Il ragionamento è diretto. Chi ha responsabilità istituzionale alle spalle sente il dovere di intervenire: le regole che usciranno da questa discussione decideranno quanta rappresentanza femminile arriverà dopo. E le preferenze, secondo loro, spostano l’ago della bilancia nel posto sbagliato.

La lettura, ricordano le cinque parlamentari, è chiara: il voto di preferenza premia chi ha reti solide, soldi da spendere, notorietà costruita in anni. Cioè tutto ciò che, ancora oggi, resta più difficile da conquistare per le donne. O restano legate a strutture di potere maschili, o partono svantaggiate. Di qui l’appello a ripensarci.

L’iniziativa di Bonetti convince, ma non basta, replica la galassia di +Europa. Antonella Soldo e Carla Taibi tirano la linea più in là: se davvero si vuole difendere la rappresentanza, allora l’intera legge va affossata. Non è solo un problema di preferenze. È un testo che, secondo loro, comprime il voto: premio di maggioranza esagerato, liste bloccate, niente voto fuori sede, firme a geometria variabile per tenere fuori chi dà fastidio. “È successo a noi”, chiudono.

Poi c’è chi la vive al contrario. Pina Picierno lo dice su X senza giri di parole. Se il suo seggio fosse dipeso dal posto in listino deciso dal vertice del partito, non sarebbe mai arrivata a Strasburgo. Con gli ultimi due segretari del Pd era “non allineata”. Morale: i listini bloccati non proteggono le donne libere. Li allontanano, anzi. Allargano il fossato tra chi vota e chi viene eletto.

Deborah Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia, si mette invece accanto all’appello. Per lei è una questione di civiltà: la rappresentanza femminile in Parlamento va garantita, e le preferenze la metterebbero in pericolo.

Altro fronte, altra logica. Michaela Biancofiore sposta il discorso sul merito. Preferenze, consenso personale, capacità di prendere voti: questo dovrebbe essere il DNA della politica, non la fedeltà al capo. Una legge democratica, dice la senatrice dei Civici d’Italia, è quella che lascia la scelta agli elettori. Punto. Porta l’esempio di Giorgia Meloni: arrivata a Palazzo Chigi senza quote rosa né scorciatoie, solo per capacità politica. Se vale per lei, deve valere per tutte. Quindi sì alle preferenze, “senza se e senza ma”.

Chiude il cerchio Lia Quartapelle, dem. Il vero nodo, secondo lei, sono le liste bloccate. Perché spostano il rapporto di forza: non più elettore-eletto, ma parlamentare-leader. E chi scrive le liste ha sempre l’ultima parola.

Tra chi vuole blindare la presenza femminile e chi rivendica il diritto degli elettori a scegliere, il dibattito si è spaccato in due. Al centro resta la stessa domanda: quale Parlamento vogliamo dopo la riforma?