Io non sono la più grande ammiratrice di Nolan, si sa, anzi, forse sono una delle poche ad aver odiato Oppenheimer.

Eppure, per una volta, mi trovo totalmente d’accordo con lui e con una sua dichiarazione: la scelta di escludere gli influencer dall’anteprima di Odyssey.

 

La decisione di Christopher Nolan e Universal di rinunciare alle tradizionali anteprime dedicate agli influencer per The Odyssey ha acceso un dibattito enorme. C’è chi l’ha definita una scelta elitista, chi un attacco al mondo dei creator digitali. Personalmente, la vedo in maniera molto diversa, e credo sia un segnale importante.

 

Attenzione, perché la questione non è “internet contro cinema” o “vecchi media contro nuovi media”. Sarebbe una semplificazione sbagliata, ma penso non sia neppure il punto del discorso.

 

Il punto è un altro.

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva perdita di significato del concetto di competenza. Chiunque abbia milioni di follower viene invitato ovunque: prime cinematografiche, festival, sfilate, eventi culturali, conferenze stampa. Non perché abbia qualcosa da dire sull’argomento, ma perché porta visibilità.

 

E il risultato è sotto gli occhi di tutti.

 

Prendiamo il Festival di Venezia. Da anni il dibattito si ripete puntualmente: il red carpet è sempre più popolato da influencer che, nella maggior parte dei casi, non parlano di cinema. Vedi gli ultimi anni, Emily Pallini, Alessia Lanza, Lisa Lucchetta, gente che di cinema non ha mai parlato. Documentano il look, raccontano il brand che li veste, pubblicano selfie e contenuti lifestyle. Nulla di sbagliato, se quello è il loro lavoro. Ma è evidente che il loro contributo alla discussione cinematografica sia praticamente nullo. Anzi, anche un po’ svilente del contesto.

 

Il problema nasce quando la presenza diventa il motivo stesso dell’invito.

 

Quando chi studia cinema, lo racconta da anni o lo analizza viene messo sullo stesso piano di chi è lì semplicemente perché genera visualizzazioni.

 

Credo che anche il pubblico abbia iniziato a percepire questa dinamica. C’è una crescente stanchezza nei confronti di un sistema in cui le stesse persone promuovono qualsiasi cosa: un film il lunedì, un profumo il martedì, un integratore il mercoledì e un’auto il giovedì. Tutto diventa pubblicità, tutto diventa sponsorizzazione, tutto perde credibilità. Prodotto e non arte.

 

Ed è qui che la scelta di Nolan assume un significato interessante. Almeno per me.

 

Non perché gli influencer siano “il male”, ci mancherebbe, io stessa ne seguo alcuni con piacere. Semplicemente perché un film come The Odyssey può anche decidere di essere raccontato, almeno inizialmente, da chi il cinema lo conosce, lo studia e lo recensisce per mestiere.

 

È una differenza sottile ma fondamentale.

 

E attenzione: questo discorso non riguarda i content creator.

 

Oggi esistono creator che realizzano contenuti di altissimo livello sul cinema. Analizzano regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, storia del cinema. Alcuni divulgano meglio di molte testate tradizionali e hanno costruito la propria autorevolezza proprio grazie alla qualità del loro lavoro.

 

Sono figure completamente diverse dagli influencer generalisti.

 

Confondere le due categorie è un errore che alimenta polemiche inutili.

 

Quando si parla di influencer, infatti, ci si riferisce spesso a chi basa la propria presenza online principalmente sulla propria immagine e sulla capacità di attrarre attenzione trasversale. I content creator, invece, costruiscono una community attorno a un argomento preciso. La loro autorevolezza nasce dai contenuti, non semplicemente dalla notorietà.

 

Ed è difficile immaginare che una scelta come quella di Nolan fosse rivolta contro questi ultimi.

 

Anzi, probabilmente è vero il contrario: è un modo per riportare al centro la competenza.

 

Negli ultimi anni abbiamo dato per scontato che i numeri sui social fossero sufficienti per parlare di qualsiasi argomento. Forse stiamo iniziando a capire che non è così. O almeno, questa è la mia speranza.

 

Avere un grande seguito non significa automaticamente essere la persona più adatta per raccontare un film, così come avere milioni di follower non rende esperti di moda, sport, tecnologia o politica.

 

Ogni ambito ha le proprie professionalità.

 

E forse il cinema aveva semplicemente bisogno di ricordarselo.

 

La scelta di Nolan non cambierà il modo in cui Hollywood promuove i propri blockbuster. Le campagne con influencer continueranno a esistere, perché funzionano e raggiungono un pubblico enorme. Ma questo episodio potrebbe rappresentare un piccolo cambio di prospettiva.

 

Un promemoria che, ogni tanto, vale ancora la pena dare spazio a chi ha qualcosa da dire, non soltanto a chi ha qualcosa da mostrare.