Come ogni anno ci troviamo ovunque, in TV, su ogni social, spezzoni di un programma che inneggia a relazioni disfunzionali, e nessuno dice mai nulla.
La prima puntata di Temptation Island, andata in onda il 24 giugno, ha confermato ancora una volta ciò che il programma rappresenta da anni, e che io da anni sottolineo, uno degli esperimenti televisivi più riusciti dal punto di vista degli ascolti, ma anche uno dei più discutibili sotto il profilo culturale e sociale.
Il problema non è che racconti crisi di coppia. Il problema è come lo fa.
Da anni il format sembra attingere quasi esclusivamente a un immaginario ben preciso, in cui molte delle coppie protagoniste provengono dal Sud Italia e vengono selezionate per caratteristiche che alimentano uno stereotipo ben noto: poca istruzione, difficoltà espressive, relazioni conflittuali, gelosia esasperata. Non è tanto una questione geografica, quanto narrativa. Puntata dopo puntata si costruisce un racconto che rischia di rafforzare un pregiudizio antico.
Quello di un Meridione rozzo, incapace di comunicare e dominato dagli istinti.
È difficile credere che sia una semplice coincidenza.
Queste persone vengono trasformate in personaggi televisivi. Le loro fragilità, le loro lacune linguistiche, le loro insicurezze diventano materiale per meme, clip virali e prese in giro sui social. Il pubblico ride, commenta, condivide. Ma, finite le registrazioni, tornano alla vita reale. Tornano nei propri paesi, nei propri lavori, nelle proprie famiglie, portandosi addosso un’etichetta costruita dalla televisione.
La fama vale la perdita di dignità e privacy?
Eppure questo aspetto sembra interessare poco.
Ancora più preoccupante è il modo in cui vengono rappresentate le relazioni. Quello che spesso appare sullo schermo non è un semplice litigio di coppia, ma un concentrato di dinamiche che, fuori da un reality, verrebbero considerate profondamente problematiche: controllo ossessivo, possessività, manipolazione emotiva, umiliazioni reciproche, dipendenza affettiva.
La gelosia viene continuamente spettacolarizzata, quasi romanticizzata. Le esplosioni di rabbia diventano momenti iconici della trasmissione. Sedie spaccate, oggetti lanciati, insulti e minacce verbali vengono montati con ritmo incalzante e accompagnati da musiche che trasformano tutto in spettacolo.
Il messaggio implicito è pericoloso. Si finisce quasi per comprendere chi reagisce con violenza, come se fosse la naturale conseguenza di un tradimento o di una provocazione. La responsabilità individuale si dissolve nel racconto emotivo.
Vedi Gabriele, considerato un martire, quando viene palesemente mostrato come un ragazzo estremamente possessivo, ossessionato da questa ragazza e controllante, in ogni aspetto della sua vita.
E invece no. La violenza, anche quando si ferma agli oggetti o alle parole, non dovrebbe mai essere rappresentata come una reazione comprensibile senza alcuna contestualizzazione.
Un altro elemento ricorrente è la sessualizzazione esasperata, soprattutto del corpo femminile. Le telecamere insistono su dettagli fisici, bikini, inquadrature studiate, mentre il ruolo dei tentatori e delle tentatrici sembra ridursi quasi esclusivamente alla capacità di sedurre. Anche i dialoghi, spesso, sembrano costruiti per mettere in scena una seduzione tanto insistita quanto imbarazzante. Conversazioni che rasentano il surreale, fatte di domande banali e scambi che ricordano più una recita scolastica che un confronto tra adulti. Basti pensare a perle come: “Ti piace di più il tè alla pesca o al limone?”. Detta da Lory a Sabrina.
Si ride. Ma di cosa, esattamente?
Forse il problema più grande non è ciò che accade nel villaggio, ma ciò che manca fuori dal villaggio.
Manca una voce che spieghi. Manca un contraddittorio. Manca una contestualizzazione. Nessuno sottolinea che certi comportamenti sono tossici. Nessuno ricorda che la possessività non è amore, che il controllo non è passione, che rompere una sedia durante un litigio non è una reazione folkloristica, ma un campanello d’allarme.
Tutto viene raccontato con leggerezza, ironia e montaggio spettacolare.
In un’epoca in cui si parla sempre più spesso di educazione sentimentale, salute mentale e prevenzione della violenza nelle relazioni, stupisce che un programma seguito da milioni di persone continui a trattare dinamiche così delicate come semplice intrattenimento.
Il punto non è censurare Temptation Island. Nessuno pretende una televisione moralista.
Ma raccontare il disagio senza mai nominarlo significa normalizzarlo.
E forse è proprio questa la tentazione più pericolosa del programma.




