Ma il cinema sta morendo? O sta perdendo la profondità di lettura?

 

Le parole di Guillermo del Toro sul rischio di un “analfabetismo cinematografico” non sono una provocazione nostalgica né il lamento di un autore legato a un’idea superata di cinema. Sono, piuttosto, una diagnosi lucida di un cambiamento profondo che riguarda non solo l’industria audiovisiva, ma il modo stesso in cui oggi si guardano le immagini.

 

Se ne parla spesso, ma raramente è stata fatta un’analisi così lucida e da parte di un addetto ai lavori.

 

Quando il regista avverte che ci stiamo avvicinando a una forma di incapacità collettiva di “leggere” il cinema, non sta parlando di un’élite culturale in pericolo. Sta parlando di qualcosa di più semplice e allo stesso tempo più grave, la perdita del linguaggio cinematografico come esperienza consapevole, stratificata, interpretativa.

 

Il punto centrale della sua critica non è la tecnologia in sé, ma l’effetto che essa produce quando diventa il filtro dominante tra l’opera e lo spettatore. L’intelligenza artificiale generativa, insieme alla velocità con cui oggi si consumano contenuti visivi, rischia di trasformare le immagini in prodotti istantanei, privi di radici, pensati per essere riconosciuti più che compresi.

 

Del Toro insiste su un’idea fondamentale: un’immagine non esiste solo per “esserci”. Esiste per creare relazione, emozione, memoria. Quando questa funzione viene ridotta a un flusso continuo di contenuti generati, standardizzati o progettati per catturare attenzione per pochi secondi, il linguaggio del cinema si impoverisce fino a diventare quasi trasparente.

 

 

 

Definire “analfabetismo cinematografico” ciò che sta accadendo non significa rimpiangere il passato, come molti negazionisti del problema pensano.

Significa riconoscere che ogni linguaggio, per esistere, richiede un livello minimo di alfabetizzazione condivisa. Se il pubblico non è più abituato a decodificare ritmo, inquadratura, silenzio, costruzione narrativa e sottotesto, il cinema non scompare: si semplifica fino a diventare qualcos’altro.

 

E qui la posizione di Del Toro è particolarmente solida. Non sta dicendo che il pubblico non capisce più niente, ma che il sistema produttivo e distributivo sta progressivamente disabituando lo spettatore alla complessità. Il problema non è individuale, ma strutturale, le piattaforme, gli algoritmi e le logiche di consumo spingono verso contenuti immediati, emotivamente leggibili in pochi secondi, facilmente sostituibili.

 

In questo scenario, l’intelligenza artificiale non è il nemico in senso assoluto, ma un acceleratore. Automatizza la produzione di immagini, riduce i tempi di creazione e spinge ulteriormente verso una cultura dell’istantaneità. Il rischio non è che le macchine “facciano film”, ma che rendano invisibile la differenza tra un’immagine pensata e un’immagine generata.

 

 

La difesa più forte di Del Toro riguarda però la natura stessa del cinema, per lui un’arte profondamente umana, imperfetta, costruita su scelte, errori, intuizioni. È proprio questa imperfezione a generare significato.

 

Se tutto diventa generabile, ottimizzabile e replicabile, il cinema perde la sua componente più preziosa, ovvero la traccia umana. Non si tratta di feticismo dell’autore, ma della consapevolezza che lo spettatore entra in relazione non solo con una storia, ma con uno sguardo.

 

Ridurre questa complessità a un flusso di contenuti equivalenti significa abbassare il livello di attenzione richiesto al pubblico. E quando il pubblico non è più allenato a guardare, ma solo a scorrere, il cinema non viene distrutto, ma viene semplificato fino a non richiedere più competenze interpretative.

 

 

Le parole di Del Toro possono sembrare esagerate solo se si guarda il fenomeno da vicino senza considerare il contesto più ampio. Ma se si osserva la trasformazione complessiva dell’ecosistema audiovisivo, la sua preoccupazione appare tutt’altro che infondata.

 

Non si tratta di opporre progresso e tradizione. Si tratta di capire se il progresso stia ampliando le possibilità del linguaggio o se lo stia riducendo a una superficie sempre più liscia, sempre più veloce, sempre più facile da consumare e sempre meno da interpretare.

 

In questo senso, l’allarme sul rischio di un “analfabetismo cinematografico” è una domanda sul futuro: saremo ancora capaci di leggere le immagini, o ci limiteremo a riceverle?

 

E la risposta, per ora, non è affatto scontata.