Settimana scorsa vi ho detto, tutta entusiasta, che dovevate andare al cinema a vedere Backrooms, che finalmente c’erano i giovani dietro le quinte delle direzioni creative, e che finalmente gli horror erano tornati a fare il loro lavoro.

 

Questa settimana la storia si ripete: ma questa volta parliamo di Obsession, che, a mio avviso, arriva a battere Backrooms a mani basse.

 

C’è qualcosa di profondamente generazionale in Obsession, il nuovo film di Curry Barker che sta conquistando il pubblico e riempiendo le sale, contendendosi il podio con Backrooms. E proprio come quest’ultimo, anche Obsession possiede uno sguardo fresco, contemporaneo, inevitabilmente Gen Z. Lo si percepisce nel linguaggio, nelle immagini, nell’ironia, nei personaggi e soprattutto nel modo in cui riesce a raccontare paure antiche attraverso sensibilità moderne.

 

A una prima occhiata, Obsession sembra volerci raccontare una storia ben precisa: Nikki è l’ossessionata, la squilibrata, il pericolo. Bear, invece, appare come la vittima inconsapevole di una situazione che gli sfugge di mano. Ma Barker gioca con lo spettatore fin dal primo minuto, costruendo una narrazione fatta di doppi sensi, segnali nascosti e continui ribaltamenti di prospettiva.

 

La verità è che la tragedia è annunciata fin dall’inizio.

 

Tutto è già scritto: la morte del gatto nelle prime scene, i colori scelti per i vestiti dei personaggi, le luci fredde e inquietanti della casa della nonna, i continui avvertimenti disseminati lungo il percorso, dalle frasi dette, dagli sguardi, dai giochi. Tutto diventa simbolo, la porta sigillata, il panino con la carne di gatto, la serata gioco. Persino la proprietaria del negozio mette in guardia Bear sulle conseguenze del suo desiderio. Ma lui non ascolta. Non ascolta lei, non ascolta Nikki, non ascolta nessuno.

 

Ed è proprio qui che il film rivela la sua vera forza.

 

Bear è un protagonista estremamente umano e per questo difficile da assolvere. È indeciso, incapace di capire cosa desideri davvero. Dice di amare Nikki, ma in realtà non la conosce affatto: è l’unico a non sapere del suo rapporto inesistente con il padre e continua a credere alle sue bugie senza mai interrogarsi davvero su chi abbia davanti. Non si era accorto della sua storia con Ian, suo amico tra l’altro. Allo stesso tempo prova qualcosa per Sara, ma non trova mai il coraggio di esporsi o prendere una posizione. Rimane nel mezzo, quasi inerme. Anche quando, alla fine, Sara muore.

 

Quando esprime il desiderio che Nikki lo ami più di qualsiasi altra persona al mondo, il film smette di essere una semplice storia horror e diventa un’analisi feroce dell’egoismo. Quel desiderio non nasce dall’amore, ma dal bisogno di essere al centro dell’universo emotivo di qualcuno. E le conseguenze sono inevitabili.

 

La grande intuizione di Barker è proprio questa: costruire una tensione invisibile che accompagna ogni scena. Non ci sono soltanto jumpscare o momenti di paura tradizionale. C’è la costante sensazione che qualcosa stia per spezzarsi da un momento all’altro. Una sensazione che cresce lentamente fino a diventare insostenibile.

 

Per questo Obsession funziona così bene. Perché riesce a farci immedesimare in entrambi i personaggi. Non cerca colpevoli semplici né vittime perfette. Mostra gli aspetti più complessi e meno banali di una relazione tossica, raccontando come amore, dipendenza emotiva, bisogno di controllo e insicurezza possano confondersi fino a diventare indistinguibili.

 

Sotto la superficie di un horror sovrannaturale si nasconde qualcosa di molto più reale e inquietante. Obsession parla di desideri espressi senza comprenderne il peso, di persone che vogliono essere amate senza imparare ad amare davvero, di rapporti costruiti su illusioni e aspettative impossibili.

 

È un film che si traveste da horror, ma che in realtà parla della realtà. E forse è proprio per questo che fa così paura, ma non la paura che ti aspetti o al quale sei abituato.

 

E anche il finale si dimostra geniale, al posto di concludersi con la scena cliché alla Romeo e Giulietta, che tutti si aspettavano, cambia di nuovo le prospettive, e finisce così, crudo, triste e feroce.

 

Più che un film riuscito, Obsession è la dimostrazione di come il nuovo cinema horror stia trovando modi sempre più intelligenti per raccontare il presente. Proprio come Backrooms, dimostra che una nuova generazione di autori ha qualcosa da dire e sa perfettamente come dirlo.

E soprattutto, una generazione che sa ascoltare il suo pubblico.