La prima volta che ho sentito parlare di Persepolis ero e medie, attraverso il film d’animazione, e la prima cosa che ho pensato è stata: “Wow, questa donna ha una forza che vorrei avere anche io”.

Persepolis è una storia che non dimenticherò mai e poi mai, mi è rimasta così impressa, che quando, da più grande, mi sono ritrovata a leggere il fumetto, ho pianto quasi a ogni pagina.

E da allora, ogni volta che sento parlare dell’Iran, io lo vedo ancora con i suoi occhi, e mi sale la sua collera e la collera di tutte quelle donne.

 

Ecco quindi, che quando stamattina, ho letto della sua scomparsa, dire che ci sono rimasta male è riduttivo, ho provato proprio un vuoto nel petto.

 

Oggi il mondo della cultura perde una delle sue voci più libere, coraggiose e necessarie. Marjane Satrapi se ne va, lasciando il nostro mondo a soli 56 anni, lasciando un vuoto immenso nella letteratura, nel fumetto, nel cinema e nella battaglia per i diritti delle donne.

 

Per molte lettrici e molti lettori occidentali, Satrapi è stata molto più dell’autrice di Persepolis. È stata un ponte. Un varco aperto tra Oriente e Occidente. Una voce capace di abbattere stereotipi, paure e semplificazioni, raccontando l’Iran non come un concetto astratto o una notizia lontana, ma come una casa, una famiglia, una memoria, una ferita. Non possiamo che esserle grati e riconoscenti.

 

Con il suo tratto essenziale e la sua scrittura potente, Satrapi ha narrato la propria infanzia durante la rivoluzione islamica e gli anni della repressione, trasformando la storia personale in una testimonianza universale. Attraverso gli occhi di una bambina prima e di una giovane donna poi, ci ha mostrato cosa significhi crescere in un Paese dove la libertà può essere negata, controllata, soffocata. Ci ha raccontato il peso delle imposizioni, la paura, l’esilio, ma anche la resistenza quotidiana e la dignità di chi non smette di lottare.

 

Per noi donne occidentali, leggere Persepolis è stato spesso un momento di presa di coscienza. Satrapi ci ha permesso di comprendere, senza paternalismi e senza vittimismo, cosa significhi essere donna in un sistema che pretende di decidere sul tuo corpo, sulla tua voce, sul tuo futuro. Lo ha fatto con rabbia, sì, ma anche con ironia. Con quella straordinaria capacità di trovare l’umano persino nelle situazioni più drammatiche.

 

La sua forza stava proprio lì, nel rifiuto della retorica. Satrapi non cercava eroine perfette. Raccontava persone vere. Donne che cadevano, si rialzavano, avevano paura, ridevano, sbagliavano e continuavano ad andare avanti. Attraverso loro ha restituito complessità a un Paese troppo spesso ridotto a caricatura e ha dato un volto alle battaglie per la libertà e l’autodeterminazione.

 

Artista con la A maiuscola, fumettista, regista, intellettuale e attivista, Satrapi ha dimostrato che l’arte può essere uno strumento di conoscenza e di emancipazione. Ha contribuito in modo decisivo al dibattito femminista internazionale, ricordandoci che i diritti delle donne non sono mai acquisiti una volta per tutte e che ogni conquista nasce da una storia di resistenza.

 

Oggi la salutiamo con gratitudine ed estrema tristezza, almeno per quanto mi riguarda. Per averci insegnato a guardare oltre i confini. Per aver dato voce a chi veniva messo a tacere. Per aver raccontato il dolore senza rinunciare alla speranza. Per aver trasformato la propria esperienza in uno strumento di consapevolezza collettiva.

 

Marjane Satrapi lascia pagine, immagini e idee che continueranno a parlare alle generazioni future. E lascia soprattutto una lezione preziosissima, la libertà non è mai un dono, ma una conquista da difendere ogni giorno.

 

La sua è una perdita enorme. La sua eredità, invece, resterà, e questa è la nostra fortuna.