Euphoria 3 si è portata dietro più critiche che altro, e chi dice che non esiste cattiva pubblicità, dovrebbe ricordare la fine che hanno fatto le stagioni successive di 13, dopo il flop della stagione 2.
Con Euphoria 3, la sensazione è che la serie abbia definitivamente smarrito la direzione che l’aveva resa un fenomeno culturale. Quella che nelle prime stagioni sembrava una narrazione sporca, dolorosa e visivamente potente sulla fragilità adolescenziale, oggi appare sempre più come un esercizio di stile che si regge sulle provocazioni, sull’estetica e sulla spettacolarizzazione del disagio.
Si sono persi i colori, le voci e anche la fragilità autentica dei personaggi.
I problemi sono tanti. Troppi.
Ci sono buchi di trama evidenti, storyline aperte e mai davvero sviluppate o concluse, episodi che sembrano girare su sé stessi senza arrivare da nessuna parte. Alcuni personaggi vengono trascinati avanti senza un vero arco narrativo, altri sembrano esistere solo per alimentare shock value o scene costruite per diventare virali sui social.
E poi c’è il tema più discusso, l’evidente eccessiva sessualizzazione.
Euphoria ha sempre giocato con il corpo, con il desiderio, con gli eccessi. Ma questa stagione sembra aver superato il confine tra racconto e compiacimento estetico. Il corpo femminile viene continuamente esposto, frammentato, trasformato in linguaggio visivo prima ancora che narrativo. E il problema non è il sesso in sé, ma il modo in cui viene utilizzato: spesso gratuito, ripetitivo, svuotato di significato.
La serie continua inoltre a cadere in stereotipi e pregiudizi che vorrebbe criticare. Molti personaggi femminili sembrano intrappolati in archetipi ormai esasperati, come la ragazza traumatizzata, la manipolatrice, la sessualmente autodistruttiva, la vittima glamour. Tutto estremizzato, tutto sopra le righe. Poco relatable.
E al centro di questo caos c’è Rue.
Il personaggio interpretato da Zendaya è stato il cuore emotivo della serie. Nelle prime stagioni funzionava perché rappresentava il vuoto, la dipendenza, il dolore, ma anche una forma di autenticità rarissima nella televisione mainstream. Oggi, però, sembra un personaggio che ha esaurito il proprio percorso.
Non è una critica al talento di Zendaya, che resta un’attrice straordinaria. Il problema è un altro, la saturazione.
Negli ultimi mesi l’abbiamo vista ovunque. In Dune Part Three, in The Drama, la vedremo in The Odyssey, in nuovi capitoli di Spider-Man, e naturalmente ancora in Euphoria.
A un certo punto diventa inevitabile, si perde il confine tra personaggio e persona.
Zendaya finisce per essere sempre “Zendaya”, anche quando interpreta qualcun altro. Ed è qui che si rompe qualcosa nella magia della recitazione. Lo spettatore non vede più completamente il personaggio, ma l’immagine pubblica dell’attrice che attraversa continuamente franchise, red carpet, campagne moda e blockbuster.
Il risultato è che Rue, oggi, appare quasi mono-espressiva. Sempre intrappolata nello stesso registro emotivo, nello stesso sguardo perso, nello stesso tono sospeso tra apatia e disperazione. Una performance ancora tecnicamente validissima, ma che non sorprende più.
Ed è paradossale che, proprio in questa stagione, a emergere maggiormente sia stata Sydney Sweeney secondo me.
Nonostante venga spesso criticata per i ruoli che sceglie, per alcune sue dichiarazioni controverse o per l’attenzione mediatica ossessiva sul suo corpo, qui sembra essere l’attrice che riesce ancora a trasformarsi davvero. C’è più rischio, più presenza scenica, più fame interpretativa.
Zendaya resta probabilmente più completa, più elegante, più talentuosa. Ma forse sta vivendo una sorta di “binge eating” lavorativo, troppi progetti, troppa esposizione, troppa presenza contemporaneamente.
E forse il punto è proprio questo.
Alcuni attori funzionano meglio quando scompaiono per un po’, quando lasciano respirare il pubblico, quando permettono ai personaggi di avere uno spazio autonomo rispetto alla loro immagine pubblica. La sovraesposizione, invece, rischia di appiattire tutto.
Prendersi una pausa non significherebbe rallentare una carriera. Al contrario, potrebbe essere il modo migliore per proteggerla.
Perché Zendaya ha ancora enormi capacità attoriali, ma per continuare a stupire forse dovrebbe tornare a scegliere meno, dedicarsi di più, e ritrovare quella distanza necessaria tra star e personaggio che rende il cinema, e la recitazione, qualcosa di davvero magico.




