Come ogni anno la Biennale si fa sentire per qualche polemica (giusta e ingiusta) e per qualche padiglione che sconvolge le masse, ma di arte di solito si parla poco.

Ecco quindi che ci dico, a mio avviso, cosa vale la pena vedere quest’anno e perché.

Perché la Biennale è arte, e di arte bisogna parlare.

 

La 61sima Esposizione Internazionale d’Arte è aperta dal 9 maggio al 22 novembre 2026, con il titolo In Minor Keys scelto dalla compianta curatrice Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025 prima di vedere la sua Biennale realizzata, chissà se sarebbe fiera o meno del risultato.

Il tema esplora le tonalità minori, associate in musica alla calma, al raccoglimento e alla riflessione, e ha trovato terreno fertile in una presenza dominante di artiste e curatrici come non mai nella storia dei padiglioni nazionali, e oserei dire finalmente. L’edizione non è priva di polemiche, come sempre, la giuria si è dimessa in massa e oltre 50 artisti hanno rinunciato a concorrere ai premi in polemica con la partecipazione di Russia e Israele, ma tra tensioni geopolitiche le code ai Giardini rimangono. Il primo giorno di apertura al pubblico ha registrato circa 10.000 visitatori, il 10% in più rispetto al 2024.

 

Ma quali sono i padiglioni che vale la pena visitare?

Ecco sei padiglioni che vi consiglio:

 

 

Partiamo ovviamente dal più controverso, ma a mio avviso anche il più bello: l’Austria.

Seaworld Venice di Florentina Holzinger.

 

Il padiglione è il più virale, discusso e fotografato di questa edizione. Ai Giardini, davanti al padiglione austriaco, ogni ora una performer nuda si arrampica su una corda e rimane appesa a testa in giù dentro una grossa campana di metallo, muovendosi come un batacchio di carne e capelli. Il pubblico assiste in silenzio. Dura circa un minuto. Dietro questa immagine già diventata iconica c’è un progetto di grande coerenza intellettuale. L’artista e coreografa Florentina Holzinger usa la sua lunga ricerca sull’acqua, come soggetto e come simbolo, per esplorare il corpo umano in un paesaggio in rapida trasformazione, dove natura e tecnologia collidono. Il padiglione diventa un paesaggio allagato, a metà tra parco acquatico, santuario e impianto di depurazione. All’interno si alternano performance e apparizioni: un jet-ski gira nell’acqua come monumento all’overtourism, una contorsionista tende arco e frecce in una posa quasi non umana, corpi nudi si arrampicano su una scultura-palo rotante. La curatrice Nora-Swantje Almes ha spiegato: «Lo shock è il primo livello, è messo lì per farti guardare. Quello è il momento in cui il lavoro ti adesca. Ma poi ci sono molti altri livelli meno superficiali, e grande profondità nei temi che tratta». Holzinger si inserisce in una linea precisa della storia dell’arte austriaca, dall’Azionismo Viennese alla body art femminista, portandola nel presente con una radicalità rara. Il padiglione meglio riuscito, indubbiamente.

 

A seguire la Danimarca, che spesso si distingue per la sua originalità e i temi espressi.

Things to Come di Maja Malou Lyse.

 

Il padiglione danese presenta Things to Come di Maja Malou Lyse. Due opere: un video girato in una clinica della fertilità e una serie di contenitori criogenici utilizzati per il trasporto dello sperma. La premessa potrebbe sembrare fredda, ma il lavoro tocca qualcosa di profondo e universale, il desiderio di continuità, la mediazione tecnologica della vita, il corpo come deposito del futuro. Curato da Chus Martínez, è uno di quei padiglioni che sembrano piccoli e restano addosso a lungo, perché esci ci pensi, ripensi e ripensi ancora. Decisamente bene riuscito.

 

Passiamo poi alla Spagna.

Los restos di Oriol Vilanova.

 

La Spagna porta in Biennale un lavoro di sedimentazione lenta, quasi ostinata. Protagonista è Oriol Vilanova, artista catalano da tempo impegnato in una pratica di raccolta e riattivazione di materiali effimeri: al centro dell’opera c’è un archivio personale alimentato da oltre vent’anni, una collezione sterminata di cartoline recuperate nei mercatini e nei circuiti dell’usato. Il padiglione si trasforma in una sorta di museo atipico che non racconta una storia lineare, ma parla attraverso la sovrapposizione di immagini e oggetti, invitando a fermarsi e guardare con calma ciò che spesso ignoriamo, concetto meraviglioso. In un’edizione segnata da padiglioni ad alto impatto visivo e performativo, la scelta spagnola di rallentare, di affidarsi alla memoria frammentaria e all’accumulo, risulta controcorrente e, proprio per questo, efficace, a me è piaciuto molto.

 

Immancabile il Giappone.

Grass Babies, Moon Babies di Ei Arakawa-Nash.

 

Il padiglione giapponese punta su un meccanismo partecipativo tanto semplice quanto disturbante. Ei Arakawa-Nash dispone 208 bambole che i visitatori sono invitati a prendere in braccio e portare con sé attraverso il padiglione, dai pilotis agli interni, passando per il giardino. Il percorso trasforma il pubblico in parte dell’opera: non si osserva soltanto, si esegue un compito di cui l’opera stessa è il risultato. I visitatori si muovono con bambolotti dagli occhiali da sole specchiati, dentro una mostra popolata da altri bambolotti arrampicati su funi e sull’architettura dello spazio. In questa breve esperienza di genitorialità ci sono passaggi quasi teneri, come il QR code che attiva una poesia legata alla data di nascita assegnata alla bambola, e altri più scomodi, come il cambio finale del pannolino. Un’opera che gioca con cura, responsabilità e disagio in modo preciso e memorabile, veramente bello.

 

Eccoci arrivati alla Turchia.

Un bacio sugli occhi di Nilbar Güreş.

 

Il titolo del padiglione turco è Un bacio sugli occhi, con l’artista Nilbar Güreş e la curatrice Başak Doğa Temür. Güreş è una delle voci più riconoscibili dell’arte contemporanea turca: il suo lavoro intreccia fotografia, performance e installazione per esplorare identità di genere, corpo femminile e tradizioni culturali con uno sguardo insieme intimo e politico. Il titolo, un’espressione di affetto profondo nella cultura turca, promette un lavoro che sa essere tenero e radicale allo stesso tempo. Il padiglione turco è tra quelli segnalati dalla critica come tra i più apprezzati di questa edizione. E io mi trovo d’accordo, forse una delle prime volte.

 

Per ultimo, ma anche questo gettonatissimo: il Vaticano.

L’orecchio è l’occhio dell’anima.

 

Il padiglione della Santa Sede è, semplicemente, uno dei più belli e inaspettati di questa Biennale, anche se il Vaticano già in passato aveva riservato sorprese.

Curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers in collaborazione con Soundwalk Collective, il progetto si ispira alla figura di Ildegarda di Bingen, mistica medievale e compositrice del XII secolo, e si sviluppa in due luoghi veneziani: il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi a Cannaregio e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello. Nel giardino, artisti come Brian Eno, Patti Smith, Meredith Monk e Caterina Barbieri hanno realizzato composizioni sonore ispirate alle visioni e alla musica di Ildegarda. L’ascolto avviene con le cuffie, per vivere ogni momento in modo intimo e personale, quasi una meditazione sonora. A completare il progetto, l’ultima opera di Alexander Kluge, scomparso nel marzo 2026, un’installazione video articolata in dodici stazioni che dialoga con il gesto antico della scrittura monastica. È il padiglione che rallenta di più, che chiede di più, e che dà di più.

 

La Biennale è visitabile fino al 22 novembre, quindi di tempo per vedere i padiglioni ce n’è, ma andateci, perché vale la pena, nonostante tutte le vicende discutibili che la circondano.