Lo ammetto, io sono più tipa da film non biografici.
Io preferisco il cinema quando dà il via all’immaginazione, quando mi porta e mi racconta un altro universo.
Ciò nonostante, ci sono sempre delle bellissime eccezioni, che quando vedo e mi toccano so che stanno raccontando nel modo giusto.
Che sono quelle storie che sembrano nate dalla fantasia, e invece affondano le radici nella realtà. E Il figlio del deserto, diretto da Gilles de Maistre, è uno di quei film che partono da un racconto quasi leggendario per trasformarlo in un’esperienza cinematografica intensa e suggestiva, e che oggi non posso che consigliarvi.
Il film segue due linee narrative che si intrecciano. Da un lato c’è Sun, una ragazzina cresciuta ascoltando dal nonno una storia affascinante, quella di un misterioso bambino del deserto. Per lei è sempre stata poco più di una favola, una di quelle storie che si tramandano senza sapere quanto siano vere.
Ma quando decide di partire per il Sahara, tutto cambia. Quel racconto prende forma e diventa la chiave per scoprire una vicenda straordinaria quella di Hadara, un bambino realmente esistito.
Hadara, figlio di una famiglia nomade, si perde nel deserto durante una violenta tempesta di sabbia quando ha appena due anni. Quello che dovrebbe essere l’inizio di una tragedia si trasforma invece in qualcosa di incredibile, per la nostra immaginazione e concezione, viene accolto da un gruppo di struzzi che lo proteggono e lo aiutano a sopravvivere per anni.
Cresce così, lontano dagli esseri umani, imparando a vivere in un ambiente ostile, fino al giorno in cui verrà ritrovato e riportato alla sua famiglia, dopo circa un decennio.
L’aspetto più sorprendente del film è proprio la sua origine, non si tratta di pura invenzione, anche se so che lo sembra . La storia di Hadara circolava nel Sahara come una sorta di racconto popolare, tramandato oralmente per anni prima di essere raccolto e trasformato in un libro.
Solo molto tempo dopo, grazie al lavoro di una giornalista che indagava sulle leggende del deserto, questa vicenda è tornata alla luce e ha iniziato a diffondersi anche fuori da quel contesto.
Da lì è nata l’idea di portarla al cinema, un percorso che unisce realtà, memoria e immaginazione.
Il progetto si inserisce perfettamente nel percorso di Gilles de Maistre, da sempre interessato al rapporto tra esseri umani e animali. Dopo aver raccontato storie simili in altri film, il regista ha trovato in questa vicenda un nuovo modo per esplorare il legame tra natura e infanzia.
La sceneggiatura costruisce un ponte tra passato e presente, la ricerca di Sun diventa lo strumento per far emergere la storia di Hadara, trasformando il film in un viaggio di scoperta personale oltre che geografico.
Le riprese, realizzate in ambienti desertici, hanno rappresentato una sfida importante, soprattutto per la gestione degli animali e per la necessità di rendere credibile un ambiente tanto affascinante quanto estremo.
Al di là della trama, Il figlio del deserto affronta temi universali, come la sopravvivenza, l’identità e il rapporto tra uomo e natura. Il deserto diventa uno spazio simbolico, dove le regole della società scompaiono e resta solo l’essenziale. E in un momento come questo è sorprendente, immaginare un animale, un essere così distante dall’uomo, riuscire a dare amore incondizionato e cura.
Il film suggerisce anche una riflessione più profonda, gli animali possono diventare fonte di protezione e persino di famiglia. Un’idea che ribalta il punto di vista tradizionale e invita a guardare la natura con occhi diversi. E che io ho trovato potentissimo.
Questa storia funziona a tutti gli effetti come fosse una favola moderna. Mescola elementi realistici a una narrazione quasi mitica, lasciando allo spettatore il dubbio, affascinante, su dove finisca la realtà e dove inizi la leggenda.
E sta qui tutta la sua forza.




