Ogni tot escono notizie di chiusure di luoghi che hanno segnato una città, luoghi di incontro, luoghi di cultura.
E, ogni volta che ne leggo, mi si spezza un po’ il cuore.
L’anima di un posto piano piano va via.
Basti pensare a quanti cinema sono stati chiusi o dimezzati, a quante librerie, a quanti teatri, a quanti luoghi culturali.
La chiusura della storica libreria Tarantola di Sesto San Giovanni quindi, non è soltanto una notizia locale, come quelle che si leggono di continuo, ma è un sintomo. Un segnale tra tanti, forse l’ennesimo, di un processo più ampio che sta lentamente ridisegnando il paesaggio culturale italiano.
Fondata nel 1859 e sopravvissuta a guerre, trasformazioni urbane e rivoluzioni tecnologiche, la libreria ha rappresentato per oltre un secolo e mezzo un punto di riferimento non solo commerciale, ma sociale. Era uno spazio di incontro, di dibattito, di costruzione di comunità. La sua chiusura, annunciata come una scelta serena da parte dei proprietari, arriva però dentro un contesto tutt’altro che sereno.
Soprattutto da parte di chi la cultura la ama, la studia e la vive.
Ridurre tutto a una decisione personale rischia di essere fuorviante. Anche quando le motivazioni immediate sono individuali, le condizioni che le rendono possibili, o inevitabili, sono sistemiche. Il commercio culturale al dettaglio è da anni sotto pressione, vediamo margini ridotti, concorrenza delle piattaforme online, mutamento delle abitudini di consumo, desertificazione dei centri urbani. Lo stesso titolare ha parlato esplicitamente di un futuro incerto per questo tipo di attività.
La libreria Tarantola era riuscita a resistere persino durante la pandemia, reinventandosi con consegne a domicilio e mantenendo un rapporto diretto con i lettori. Questo dato è cruciale, se nemmeno l’innovazione dal basso basta più, significa che il problema è strutturale.
Quando chiude una libreria indipendente si perde un presidio culturale, un filtro umano tra il lettore e l’offerta editoriale, un luogo in cui la selezione non è guidata esclusivamente da algoritmi o logiche di mercato globale. Diverse voci locali hanno parlato di presidio civile e di spazio di relazione, sottolineando come questi luoghi contribuiscano alla qualità democratica della vita urbana.
Il punto è che questa perdita è spesso invisibile nel breve periodo. Le città continuano a funzionare, i libri continuano a circolare, i contenuti sono più accessibili che mai. Ma cambia il modo in cui la cultura si sedimenta, da esperienza condivisa e situata diventa consumo disperso.
Il caso della Tarantola si inserisce in una tendenza che riguarda anche cinema, teatri, piccoli musei, spazi indipendenti, come dicevamo prima.
Io, quando leggo notizie del genere, penso sempre all’Odeon, cinema storico situato al centro di Milano.
Il quale mi ha vista cambiare, crescere, e vedere proiezioni, con una marea di amiche.
Chiuso per dare lo spazio a un centro commerciale.
Negli ultimi anni si è spesso celebrata la resilienza dei luoghi culturali. Ma la resilienza, senza un ecosistema favorevole, rischia di diventare una retorica consolatoria. Non tutte le realtà possono reinventarsi all’infinito, e non tutte dovrebbero essere lasciate sole a farlo.
La chiusura di una libreria con oltre 160 anni di storia dimostra che la sopravvivenza non dipende solo dalla qualità dell’offerta o dalla passione di chi la gestisce. Esiste una soglia oltre la quale l’impegno individuale non basta più.
Che tipo di città, e di società, stiamo costruendo se i luoghi della cultura vengono progressivamente sostituiti da spazi a maggiore rendimento economico ma minore valore simbolico?
La risposta non può limitarsi alla nostalgia. Se essa diventa un consumo accessorio, facilmente sostituibile e interamente digitalizzabile, allora la scomparsa di questi luoghi sarà inevitabile.
Se invece la consideriamo un’infrastruttura sociale, al pari della scuola o dei servizi pubblici, allora la chiusura della libreria Tarantola è un segnale d’allarme. E ignorarlo significa accettare, lentamente, un impoverimento che non è solo economico, ma anche civile.
E a mio avviso, fa riflettere.




