Se mi leggevate già l’anno scorso, saprete che, proprio di questo periodo, avevo partecipato a un happening realizzato da Maurizio Cattelan, a Milano.
E se ne avete letto a riguardo, saprete la mia enorme stima artistica nei suoi confronti.
E quindi ci ritroviamo a parlare di lui e di una sua nuova performance.
C’è chi inaugura una settimana del design con installazioni scintillanti, e chi invece decide di svuotare tutto, aspettative, formalità, perfino il concetto di valore, e chi se non il nostro Maurizio Cattelan?
All’alba, quando la città è ancora sospesa tra il silenzio e il primo caffè, Piazza Duomo si è trasformata in qualcosa di inatteso, non una mostra, non un evento patinato, ma un vero e proprio mercato improvvisato. Nessun prezzo, nessuna vetrina. Solo oggetti e persone.
L’idea di base è simile a quella dell’anno scorso, un ritrovo, avventato e condiviso, ma la base è un’altra, un baratto.
L’idea è quella di portare qualcosa e scambiarlo.
Designer, curiosi e collezionisti si sono ritrovati con oggetti tra le mani, alcuni inutili, altri bizzarri, altri ancora apparentemente insignificanti, pronti a barattarli con perfetti sconosciuti. Tra le “merci” circolavano cose improbabili come mini water, utensili domestici, piccoli feticci contemporanei. Più che un mercato, una specie di rito collettivo.
Tutti pronti a svuotare il valore e ridare valore a un oggetto.
Un gesto semplice e insignificante ma che mostra tantissimo del ruolo che ha l’oggetto nella nostra società moderna, capitalistica, basata sul consumo costante.
A prima vista potrebbe sembrare una trovata ironica, quasi uno scherzo, e Cattelan con gli scherzi ci ha costruito una carriera. Ma sotto la superficie c’è qualcosa di più strutturato.
Il baratto, eliminando il denaro, costringe a ridefinire il valore. Non quanto costa un oggetto, ma quanto significa per chi lo possiede, e per chi lo desidera. In questo senso, l’operazione diventa una lente puntata sul sistema stesso del design e dell’arte, spesso dominato da logiche di mercato e status.
Non è un caso che tutto avvenga durante la Design Week, uno degli eventi più commerciali e globalizzati del settore. Cattelan inserisce una crepa nel meccanismo, in cui, invece di vendere, invita a scambiare.
L’evento esiste solo perché qualcuno decide di portare qualcosa e metterlo in relazione con qualcun altro. È un’arte che accade, più che mostrarsi.
Questo approccio è coerente con tutta la poetica di Cattelan, che da anni lavora sul confine tra provocazione e riflessione, basti pensare a opere iconiche come il Papa colpito dal meteorite o la banana attaccata al muro, che hanno sempre spinto il pubblico a interrogarsi più che a capire.
La forza di questa azione sta proprio nella sua apparente semplicità. Che nutre una critica nascosta.
In un contesto iper-curato, iper-costoso e spesso autoreferenziale come quello del design internazionale, introdurre un gesto primitivo come il baratto è quasi rivoluzionario. Perché è fuori posto.
È un modo intelligente di riportare l’attenzione sulle relazioni umane, sul valore soggettivo degli oggetti e sul lato più istintivo dello scambio. Senza moralismi, senza spiegoni che a Cattelan non piacciono, solo un’esperienza che ti costringe a partecipare, mettendosi in gioco.
Ma forse l’arte, quando funziona, non ti dà risposte. Ti mette in una situazione in cui devi ridefinire le domande.




