Negli ultimi anni il panorama culturale russo ha mostrato segnali sempre più evidenti di irrigidimento ideologico, per essere buoni, ma alcune scelte recenti sfiorano il paradosso.
Oggi vediamo una tra queste, la decisione di etichettare alcune opere di Michail Bulgakov come “propaganda a favore della droga”, che rappresenta un caso emblematico di come il controllo politico possa spingersi fino a deformare il significato stesso della letteratura.
Probabilmente legge scritta da chi non ha mai letto Bulgakov, o da chi, con malizia, ha scelto di leggergli un significato completamente diverso dalla realtà.
Bulgakov, autore di opere fondamentali come Il Maestro e Margherita, romanzo bellissimo che ho letto al liceo, e di cui ho avuto l’opportunità di vedere uno spettacolo teatrale, che vi consiglio.
È da sempre considerato uno degli osservatori più lucidi e ironici della società sovietica, e per questo mai stato particolarmente simpatico al potere Russo.
Le sue narrazioni, spesso attraversate da elementi fantastici e satirici, non sono certo manuali di comportamento né tantomeno inviti all’uso di sostanze. Piuttosto, riflettono la complessità dell’esperienza umana, compresi i suoi lati più oscuri e contraddittori. Ridurre questo patrimonio a una presunta apologia significa fraintendere radicalmente il ruolo della letteratura, e perdere il valore culturale di un’opera
Questa etichettatura non nasce nel vuoto. Si inserisce in un contesto più ampio in cui le autorità cercano di esercitare un controllo sempre più stretto sui contenuti culturali, intervenendo non solo su opere contemporanee ma anche su classici consolidati. Il meccanismo è quello già noto della rilettura ideologica, in cui testi complessi vengono semplificati e reinterpretati alla luce di criteri morali o politici contemporanei, spesso in modo arbitrario.
Nel caso delle opere di Bulgakov, il problema è doppio. Da un lato, si colpisce indirettamente l’autore, insinuando che la sua vita e la sua opera siano in qualche modo pericolose, e dall’altro, si limita la libertà del lettore, che viene guidato verso una chiave interpretativa preconfezionata. L’etichetta diventa un’opinione.
Un aspetto particolarmente preoccupante è la logica sottostante a questa pratica. Se qualsiasi riferimento a comportamenti problematici o marginali può essere interpretato come propaganda, allora una parte enorme della letteratura mondiale diventa sospetta e soprattutto cancellabile.
Capite bene che il confine diventa labile? Dai romanzi ottocenteschi pieni di personaggi tormentati fino alla narrativa contemporanea, il racconto dell’ambiguità umana rischia di essere sostituito da una visione sterilizzata e moralisticamente accettabile, sciapo e privo di ogni sostanza.
In questo senso, il caso Bulgakov mostra come la cultura possa essere progressivamente trasformata in uno strumento di conformità, anziché rimanere uno spazio di interrogazione critica. La letteratura, però, vive proprio della sua capacità di mettere in discussione certezze e di esplorare territori scomodi. Privarla di questa funzione significa svuotarla.
Infine, c’è una questione di memoria culturale. Etichettare retroattivamente opere e autori con categorie contemporanee rischia di creare una frattura con il passato, e questo è molto pericoloso.
Perché ogni opera nasce in un contesto specifico e va letta con strumenti adeguati, non piegata a esigenze ideologiche del presente.
In definitiva, questa vicenda solleva interrogativi profondi sul rapporto tra potere e cultura. Quando un sistema sente il bisogno di avvertire i lettori su un autore come Bulgakov, forse il problema non è nei libri, ma nella paura di ciò che quei libri continuano a rappresentare, ovvero la libertà di pensiero di ogni cittadino.
Triste e pericolo.




