Il caso Pandoro Gate segna uno spartiacque nel rapporto tra influencer, consumatori e diritto. La decisione del Tribunale di Milano che ha prosciolto Chiara Ferragni dall’accusa di truffa aggravata, chiarisce un limite preciso: non tutto ciò che è ingannevole è automaticamente penale.

Il giudice Ilio Mannucci Pacini ha riconosciuto ciò che già le autorità amministrative avevano evidenziato: le campagne legate al pandoro Pink Christmas e alle uova di Pasqua presentavano elementi “decettivi”. In altre parole, una forma di pubblicità ingannevole c’è stata. Ma questo non basta, nel nostro ordinamento, per sostenere un’accusa di truffa aggravata senza un elemento cruciale: la prova della “minorata difesa” dei consumatori.

Ed è proprio qui che il castello accusatorio è crollato. Manca la prova concreta: chi ha comprato quei prodotti? Erano davvero follower? E soprattutto, erano in una condizione di vulnerabilità tale da giustificare la tutela rafforzata del diritto penale? Senza queste risposte, il reato non regge.

Trasparenza formale vs. sostanza comunicativa

Un altro passaggio chiave della decisione, riguarda la trasparenza. I contenuti pubblicati su Instagram erano etichettati come sponsorizzati, con gli hashtag previsti dalla normativa. Formalmente, dunque, il rapporto commerciale era dichiarato. Dal punto di vista giuridico ciò contribuisce a escludere l’inganno penalmente rilevante.

Il corto circuito tra beneficenza e marketing

Il cuore della vicenda non è soltanto pubblicitario, ma simbolico. L’associazione tra acquisto di un prodotto e sostegno a una causa benefica ha creato un’aspettativa forte nei consumatori. Quando questa aspettativa si incrina, il danno non è solo economico: è reputazionale, fiduciario.

La decisione del Tribunale di Milano traccia una linea netta: la pubblicità ingannevole è sanzionabile, ma non costituisce automaticamente un reato.

Le conseguenze per Ferragni e gli altri soggetti coinvolti restano sul piano amministrativo ed economico: sanzioni, procedimenti davanti alle autorità e risarcimenti, anche in relazione alle azioni del Codacons.

Il Pandoro Gate non si chiude con un “non luogo a procedere”. Si sposta semplicemente su un altro terreno: quello della credibilità. Perché se è vero che il diritto penale non può, e forse non deve, farsi carico di ogni distorsione del mercato, è altrettanto vero che il rapporto tra influencer e pubblico si fonda su un capitale invisibile: la fiducia che si guadagna o si perde.