Le parole del noto personaggio

Giucas Casella ha sempre respinto etichette troppo semplici, definendosi con chiarezza: «Io sono un mentalista. Non faccio illusioni ma creo emozioni con la mente». Ne parla, oggi, 13 aprile in un’intervista Corriere della Sera.

Nel corso della sua carriera non sono mancate critiche e rivalità. Gabriella Carlucci lo definì un ciarlatano, ma lui ridimensiona l’episodio parlando di competizione televisiva: «C’era una sana rivalità, eravamo competitivi: lei faceva Buona Domenica e io Domenica In con Mara Venier. Ogni settimana era una sfida tra Rai e Canale 5. Io la spuntavo sempre però, sia chiaro».

Fondamentale per la sua popolarità fu anche Gigi Sabani, che lo celebrò con il celebre tormentone: «Gigi mi consacrò grazie alle sue imitazioni e al tormentone “solo quando lo dico io” che ancora porto nei miei spettacoli». Alla provocazione sul fatto che un paragnosta debba essere anche un cialtrone, Casella ribatte con ironia: «Non cialtrone. Bisogna essere un paragnosta “gran figlio di paragnosta”».

Da cinquant’anni gioca su un’ambiguità che è diventata anche la chiave del suo successo: artista o imbonitore, sensitivo o intrattenitore.

Racconta di aver percepito fin da bambino di avere qualcosa di diverso. Cresciuto con una madre sordomuta, sostiene di aver sviluppato una forma di comunicazione particolare: «Fin da bambino. Mia madre era sordomuta e riuscivo a comunicare con lei attraverso gesti ma anche attraverso la telepatia». Episodio simbolico, quello dell’infanzia, quando cadde in un pozzo: «Attraverso la telepatia me la trovai al bordo del pozzo che mi tirava fuori dall’acqua».

Le prime esperienze di “ipnosi” risalirebbero addirittura agli animali: «Una vipera. Preso dallo spavento mi immobilizzai e lei si bloccò». Poi, racconta, avrebbe continuato con galline, conigli e rospi, fino a coinvolgere anche i compagni di scuola: «Facevo dei piccoli spettacoli… il problema erano i genitori che pensavano fossi indemoniato».

Proprio per questo la madre lo portò da un sacerdote, che interpretò il suo talento in modo diverso e gli diede anche il nome d’arte: «Organizzò addirittura uno spettacolo in parrocchia… e mi diede il nome d’arte: Giucas, dalle prime tre lettere di nome e cognome, Giuseppe Casella».

La svolta arrivò dopo gli anni da fachiro sulle navi da crociera. Determinante fu l’incontro con Pippo Baudo: «Mi diede 5 minuti per esibirmi… mezzo teatro rimase con le mani incollate». Da lì, l’approdo a “Domenica In”. Accanto a lui, anche il sostegno di Mara Venier, che contribuì a reinventarne il personaggio: «Mara perché ha creduto in me e mi ha dato una seconda vita».

Alle critiche degli scettici risponde con pragmatismo: «Che grazie al loro scetticismo io sono andato avanti per 50 anni».

Non sono mancati numeri estremi e rischiosi. Tra i più pericolosi, la sepoltura: «Sono stato per 40 minuti sotto due metri di terra… una distrazione però sarebbe stata fatale». Ancora più spaventosa l’esperienza in apnea: «Il coperchio non voleva saperne di aprirsi… ho avuto davvero paura».

Tra esibizioni da fachiro e imprese televisive, racconta anche episodi più leggeri, come l’ingestione di lamette («basta sminuzzarle bene») o l’incidente sui carboni ardenti, che diventò oggetto di ironia a Striscia la notizia.

Celebre anche il numero delle mani bloccate in Germania: «Anche un ministro rimase bloccato… i giornali titolavano: Achtung Casella». E non sono mancate polemiche, come quella con Cannelle: «Sì, ci rimase male… è stata l’ipnosi più bella e sensuale della mia carriera».

Tra i personaggi più “ricettivi” cita Carmen Russo, mentre racconta con autoironia i fallimenti con Simona Ventura e Iva Zanicchi: «Il mio motto è “l’acqua mi bagna e il vento mi asciuga”».

Dopo un periodo difficile, la rinascita televisiva arriva grazie a Fabio Fazio: «È stato l’artefice della mia terza giovinezza e rinascita».

Tra le curiosità, anche la collezione di migliaia di Barbie e il culto per la sua immagine, compresa la tintura dei capelli: «Il colore della mia tintura ormai è un brand».

Non manca infine una dimensione più spirituale. Racconta di un’esperienza fuori dal corpo: «Per quattro minuti ho vissuto nella condizione delle anime nell’aldilà», e alla domanda su cosa ci sia dopo la morte risponde: «C’è la pace dell’anima, la bellezza, la rinascita». Quanto al suo destino finale, chiude con ironia: «All’Inferno: per le mie camminate sui carboni ardenti troverei le condizioni ideali».