Il governo Meloni al lavoro per proporre divieto di uso, accesso e condivisione delle piattaforme social, al di sotto dei 15 anni.  Il disegno di legge, coordinato dal sottosegretario Alfredo Mantovano e discusso con ministri come Giuseppe Valditara, Eugenia Roccella, Andrea Abodi e Tommaso Foti, si muove con decisione: impedire l’accesso alle piattaforme social e di condivisione video sotto una certa soglia d’età, rafforzando al contempo strumenti di controllo parentale obbligatori.

La direzione è chiara: proteggere i minori. E su questo, difficilmente si può dissentire. I social non sono ambienti neutri; sono progettati per catturare attenzione, influenzare comportamenti, esporre a contenuti spesso inadatti. Gli effetti su autostima, concentrazione e sviluppo emotivo degli adolescenti sono ormai oggetto di un’ampia letteratura scientifica.

L’età minima per iscriversi ai social esiste già, eppure è largamente disattesa. Ecco che il governo prova a reagire introducendo obblighi lungo tutta la filiera: produttori di dispositivi, operatori telefonici, rivenditori e famiglie. Il cuore della strategia è il parental control “di default”: telefoni configurati fin dall’inizio con profili per minori, accessi limitati, tracciamento dei siti visitati, comunicazioni ristrette ai contatti autorizzati.

È un cambio di paradigma importante. Non più responsabilità lasciata solo alle piattaforme o ai genitori, ma un sistema integrato. Ad alimentarlo sono fatti di cronaca violenta, come l’aggressione a Trescore, che contribuiscono a costruire un clima emotivo che favorisce interventi rapidi e simbolici.

Tuttavia, anche qui emergono interrogativi: quanto saranno realmente efficaci questi strumenti? E soprattutto, quanto saranno accettati? Basterà un filtro tecnico a sostituire il ruolo educativo? Un eventuale divieto rischierebbe di  spingere i ragazzi verso spazi digitali meno controllabili, magari più opachi e rischiosi?

Le critiche, come quelle del senatore Filippo Sensi, si inseriscono proprio qui: il timore che il provvedimento sia più una risposta politica che una soluzione strutturale. Un modo per “intestarsi” il problema senza affrontarne tutte le complessità. Eppure, liquidare l’iniziativa come propaganda sarebbe altrettanto superficiale. Il tema esiste, ed è urgente. La vera sfida è evitare che la regolamentazione diventi una scorciatoia. Proteggere i minori nel mondo digitale richiede un equilibrio difficile: tra libertà e tutela, tra tecnologia e educazione, tra Stato e famiglia. I divieti possono essere una parte della risposta, ma non possono essere l’unica.