Miyazaki, artista giapponese di fama mondiale, ha lanciato e raccontato il suo nuovo progetto, ovvero dei Diorami che vanno a riprodurre alla perfezione le scene più celebri dello studio Ghibli.

 

C’è qualcosa di profondamente coerente nel vedere l’universo di Hayao Miyazaki trasformarsi in diorami. Perché è sì, una traduzione tridimensionale di immagini amate, ma è anche il ritorno alla loro natura originaria. Perché i mondi dello Studio Ghibli sono sempre stati, in fondo, spazi abitabili, concreti, costruiti con una precisione artigianale che li rende più vicini a miniature tangibili che a semplici disegni animati.

Un po’ un giardino delle delizie versione moderno, ci rilassano, ci inquietano, ci sorprendono e sicuramente ci provocano curiosità.

 

I diorami, che sono ricostruzioni in scala di ambienti e scene, non fanno altro che esplicitare ciò che nei film è implicito, ovvero la volontà di rendere visibile un mondo interiore. In questo senso, attraversarli o anche solo osservarli significa entrare fisicamente dentro l’immaginazione. Un bellissimo lavoro di introspezione.

 

Il percorso artistico di Miyazaki e dello Studio Ghibli è oggi parte integrante della cultura visiva globale, non solo giapponese. Chiunque di noi ha visto almeno un film dello studio Ghibli, o ne ha sentito parlare. Se ci dicono Totoro, sappiamo benissimo chi è, anche chi non è amante del genere.

Fondato nel 1985, lo studio ha ridefinito il ruolo dell’animazione, dimostrando che non è un genere ma un linguaggio capace di parlare a tutte le età, questo è stato rivoluzionario per l’epoca.

 

Film come Il mio vicino Totoro (sopra citato appunto), La città incantata o Il castello errante di Howl non hanno soltanto riscosso successo commerciale, ma hanno costruito una mitologia contemporanea. La città incantata, in particolar modo, ha vinto l’Oscar e l’Orso d’Oro, consacrando Miyazaki come autore di riferimento mondiale.

 

Questa fama non nasce da effetti spettacolari o innovazioni tecnologiche, ma da una coerenza poetica rara. I suoi film continuano a essere realizzati con tecniche tradizionali, disegnati a mano, in un’epoca dominata dal digitale, una scelta che è anche dichiarazione estetica.

Ecco perché, quando è partito il trend di trasformare le proprie foto con lo stile dello studio Ghibli, fatto direttamente dall’AI, la sensazione era davvero svilente e di grande frustrazione nei confronti di un lavoro minuzioso e meticoloso, da parte dell’artista.

 

Ma tornando al nuovo progetto, per capire il senso dei diorami bisogna entrare nella poetica di Miyazaki. I suoi mondi sono attraversati da alcune tensioni costanti:

 

Il rapporto tra uomo e natura, mai idilliaco ma sempre complesso.

L’infanzia come stato percettivo, non come età anagrafica.

L’ambiguità morale, dove bene e male raramente sono separati.

 

I suoi personaggi non seguono traiettorie lineari, e i mondi che abitano sembrano esistere indipendentemente dalla trama. Questo senso di autonomia dello spazio è fondamentale, perché ogni ambiente ghibliano è pensato come vivo e abitabile anche fuori dall’inquadratura.

 

Ed è proprio qui che il diorama diventa un mondo così coerente, che può essere ricostruito, e anche una volta ricostruito, continua a raccontare.

 

Le mostre dedicate allo Studio Ghibli hanno spesso trasformato scene iconiche in installazioni tridimensionali. Dai paesaggi di Nausicaä al treno sospeso de La città incantata, fino alle creature di Totoro, questi diorami permettono un’esperienza immersiva e quasi tattile.

 

In alcune esposizioni, come quelle realizzate in Asia, i visitatori possono addirittura interagire con le scene, sedersi accanto a un personaggio, entrare in uno spazio, diventare parte dell’immagine, un modo per rendere un’arte, magari 2D, pluridimensionale.

 

Un altro elemento chiave è la dimensione artigianale. Così come i film di Miyazaki nascono da matite, acquerelli e tempi lunghi, anche i diorami richiedono una cura minuziosa, quasi ossessiva per il dettaglio, tratto distintivo dell’artista, come dicevamo prima.

 

C’è infine un elemento più sottile, ma forse più interessante, i diorami ghibliani evocano una nostalgia che non appartiene a un tempo preciso, che non si riferisce al passato, ma a un modo di percepire il mondo.

 

Guardare un diorama di Miyazaki significa riconoscere qualcosa che non si è mai vissuto, ma che appare familiare. È la stessa sensazione che attraversa i suoi film, una memoria immaginaria ma assolutamente condivisa da tutti.

Una sensazione unica.

 

Il successo di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli non può essere spiegato solo in termini di premi o pubblico, che già sono dalla sua parte. È un successo più profondo, perché ha la capacità di costruire mondi che resistono.

I diorami rappresentano quindi, il punto estremo di questo processo.