Ho visto il film biografico dedicato a Franco Battiato. Un film intorno al quale c’era molta legittima attesa, diretto da Renato De Maria, non nuovo ai biopic, penso a Paz, dedicato a Andrea Pazienza, e che ha nel giovane Dario Aita, già Sandrino nel Parthenope di Sorrentino, l’attore scelto per portare sul grande schermo il cantautore siciliano. Difficile sulla carta portare un personaggio così complesso come Battiato dentro un film, tanto più se, già a partire dal titolo, l’idea è quella di concentrarsi non solo sui meri fatti, già di loro piuttosto interessanti, ma su quel che li ha in parte messi in moto, un percorso spirituale e ascetico che nella poetica di Battiato è stato tanto centrale quanto caratterizzante. Suona quindi strana, spoiler, la scelta di cominciare il film con l’incidente calcistico, il giovane Franco, in porta, ha preso con la faccia il palo nel tentativo di fare una parata, che ha portato il profilo del nostro a farsi così riconoscibile, incidente che è coinciso poi non solo con il cambio della sua immagine, ma anche con l’arrivo in casa Battiato di un pianoforte, fatto evidentemente scatenante il viaggio stesso indicato nel titolo. Scelta strana ma azzeccata, perché sfido io a scindere la faccia iconica di Battiato da quel che la sua musica, eccentrica e profonda, decisamente pop quanto colta, le citazioni incomprensibili a fianco di quelle talmente note da sembrare quasi banali, un gigantesco naso a veicolare musica di una originalità da noi senza pari. Infatti il passaggio successivo ci mostra, spoiler e poi smetto, un Battiato con capelli afro, ormai ragazzo, a suonare in una sala prove, musica ancora non così pop da incontrare il successo di pubblico che lo hanno giustamente imposto alle grandi platee, Fetus l’album destinato a raccogliere quelle prime sperimentali opere. Il passaggio dal panorama etneo delle prime scene alla Milano letteralmente all’ombra della Madonnina, immagino feticcio pop scelto proprio per il suo usurato essere simbolo di una città per altro rappresentata da tutt’altro genere di segni, a indicare una veloce progressione in avanti in una linea temporale che non vuole ovviamente essere cronachistica, è pur sempre un film d’autore dedicato a un artista, quanto piuttosto un procedere per scatti, scatti che non includono, per dire, i momenti nei quali il nostro si approccia alla musica leggera, ai suoi esordi, includono invece, e non potrebbe essere che così, anche l’apparizione, più o meno evanescente, di figure in realtà centrali nella sua vita, da un Roberto Calasso dell’Adelphi, messo tra gli ospiti di una cena tra amici nella quale si gioca a poker coi libri al posto dei soldi, un frame di pochi secondi a lui dedicati, frame poi destinati a riproporsi, sempre in medesimi contesti. Decisamente più centrale, e non potrebbe essere che così, quelle di Juri Camisasca, introdotto, spoiler, mentre esegue la sua Nomadi, poi portata in alto proprio da Battiato, conosciuto presso il luogo ameno dove si tenevano le visite per la leva militare, poi di nuovo dentro il film al momento di annunciare il suo ingresso in monastero, la scrittrice Fleur Jaeggy, onnipresente, discografici e collaboratori vari, spesso chiamati solo per nome, come a relegarli in un angolo buio di questa storia, più spesso macchiette che personaggi veri e propri, e poi Giusto Pio, a darsi del lei con Battiato, e ancora Giuni Russo, lì a sbroccare per il passaggio sanremese di Alice con quella Per Elisa che inizialmente era stata proposta da Franco a lei, Alice no, lei appare solo dentro la televisione, quella vera, introdotta all’Ariston dal vero Claudio Cecchetto, presentatore di Sanremo, Milva non pervenuta, neanche quella vera in video. Curioso il cameo di Joan Thiele, nel ruolo di una fan, Noa, che dopo un incidente sfiorato entra nella vita del nostro, diventandone una compagna fuggevole, perché il riferimento a una storia d’amore, pur incorniciata dal suo dire che non può dedicarsi al sesso perché ha un percorso da fare durante il suo transito terrestre, frase detta alla confidente Fleur, passaggio non a caso cui segue un malore della madre, figura centrale della sua vita come del film, quasi un volerlo iscrivere in un quadro di omologazione che invece non credo gli fosse proprio (ricordo una puntata di un vecchio programma di Augias nel quadre entrambi si sorpresero nel dire che il mondo, in fondo, gira tutto intorno al sesso, dicendosi poi entrambi destinati a stare altrove).
La storia artistica e discografica di Battiato, nel film, è alternata dal suo cammino spirituale, un che di enigmatico a rendere il tutto imperscrutabile, la ricerca del successo, trovato, con Centro di gravità permanente, posta esattamente al centro del racconto, come a dividere la vita di Battiato in due parti simmetriche, dove l’avvicinamento e l’allontanamento da quel centro di gravità fosse in qualche modo non solo necessario, ma addirittura naturale. Seppur la riproposizione didascalica e fedele agli originali dei videoclip storici e dei passaggi televisivi entrati nella storia del nostro costume risultino decisamente troppi, forse anche inutili, nonostante l’estrema somiglianza di Aita con l’originale, anche se dubito si tratti di flexare da parte sua, il film scorre velocemente, lasciando buchi in una storia che avrebbe preteso troppe ore, ma comunque infilando una dietro l’altra le parti giuste, gli snodi fondamentali, non necessariamente quelle legate solo ai momenti finiti poi sotto i riflettori. Un bel fim che approderà al cinema per tre giorni, il 2, 3 e 4 febbraio, per poi passare sui canali RAI, forse più adatto alla tv che al cinema, ma questi son dettagli. Era difficile raccontare una storia importante come quella di Battiato, e il film, scritto da Monica Rametta con precisa adesione ai fatti, fatti da lei scelta per indicare un passaggio verso ovest, non pretende certo di essere esaustivo, ma porta bene a casa il risultato, mostrandocene lacerti, squarci di vita e di musica, già solo la colonna sonora, reinterpretata da Aita, a meritare attenzione. Aita, ecco, lui è indubbiamente un valore aggiunto, non bastasse già lo sguardo originale di De Maria, lì a raccontare la storia importante del cantautore. Due gli aspetti di Aita che colpiscono.
Primo, la voce, una cosa che colpisce, e so che parlare di qualcosa che colpisca in un film caleidoscopico dedicato a un gigante come Battiato suona davvero naif, è la voce di Dario Aita, praticamente identica a quella del cantautore siciliano, in una operazione di immedesimazione molto deniriana, rischiosa ma portata a casa alla grande. Questo anche più della faccia, perché col trucco si può lavorare, ma una voce è una voce e la voce per un cantante conta forse più della faccia, pur contando molto la faccia, nel caso di Battiato. Ancora e qualche giorno e potrete vederlo al cinema, in attesa che arrivi Sanremo sarà un bel modo per disintossicare da certa musica che gira intorno.
