Perdere il contatto con la strada, il quartiere, con quella fame che in qualche modo è stata fin qui benzina. È uscito nella notte il quarto album di Geolier, Tutto è possibile, e questo sembra il tema centrale delle nuove canzoni che il rapper napoletano ha tirato fuori. Un tema non originalissimo, in sé, quello del dover gestire il successo, una ricchezza un tempo impensabile, un distacco fisiologico col mondo dal quale si è arrivati, ci sono passati in tanti prima di lui e in tanti hanno messo questo scollinamento dal proletariato alla borghesia, diciamo pure alla ricchezza, non sempre uscendone con le ossa intatte. Perché lamentarsi di essere di colpo ricchi, questo nonostante i suoi soli ventiquattro anni, che lui dice sembrargli non a caso quaranta, lo sa bene, è faccenda che non troverà una immediata immedesimazione da parte di quel pubblico che appunto l’ha reso ricco e famoso, che magari potrebbe chiedersi più come ci si trovi a non dover pensare a mettere insieme il pranzo con la cena per potersi fermare a lamentare di quanto i numeri possano essere una gabbia. E se in tanti, si pensi allo Sfera Ebbasta che in Rockstar si lamentava dello stesso motivo, sullo sfondo Cinisello Balsamo laddove qui c’è la Napoli perfettamente inquadrata in 081 o in A Napoli non piove, o al Bruce Springsteen, Dio mio, che abbandonava il noi collettivo per passare ai suoi tormenti personali in Tunnel of Love e poi nei dischi gemelli in Human Touch e Lucky Town, indubbiamente i meno riusciti fino a quel momento nella sua discografia, Geolier riesce in un piccolo miracolo, sfornare un lavoro che, a partire dalle basi praticamente perfette sfornate dal duo Poison Beaz e Sottomarino, tiene perfettamente, la presenza di una inedita voce di Pino Daniele, gigante nella città della quale è al momento insieme a Gigi D’Alessio a sua volta un divinità, a arricchire veramente il tutto (il rispetto che Geolier dimostra, stando a lato, è commovente, tenendo conto dell’anagrafe), suona sincero senza per questo infastidire un pubblico che, è un fatto, non saprà probabilmente mai esattamente di cosa sta parlando. I soldi non ti fanno più alto, fanno più basso chi ti sta guardando, rappa a un certo punto (sempre in A Napoli non piove), esserne consapevole è comunque un primo passo per non perdere il contatto con la propria gente, contatto che a sua volta è al centro della sua poetica oggi, quando sembra che la paura di perderlo, al pari di una voglia nel mostrarsi anche fuori dai patri confini, sia diventato centrale per lui. Un disco dove stonano poche cose, tipo gli sciapissimi feat di Sfera Ebbasta e Anna nel brano più inutile in tracklist, Due giorni di fila, molto meglio il criticato feat di 50 Cent, allora, o quella Olè in compagnia di Kid Yugi, decisamente più credibile, e dove la bravura di Geolier nello sfornare flow e rime a fuoco, lucide, fa passare quasi in cavalleria questo suo esporsi come giovane di colpo oppresso dall’insopportabile peso di essere passato dalla parte di chi, reso orgoglioso suo padre, ha come pensiero che lo tormenta quello di gestire un successo che ti tiene lontano da quella strada che per anni, pochi, è stata casa. Un ricco e un povero, in fondo, parla proprio di questo, la massima “chi cresce senza che gli manchi niente, farà sì che tutto gli manchi, chi cresce con un desiderio, farò sì che un giorno quel desiderio si avveri”, traduzione dal napoletano mia, il cuore del pezzo, costruito come un dialogo tra i protagonisti del titolo. Un album a fuoco, ripeto, dove a reggere la carretta è proprio il talento di Geolier per dimostrarsi vero, una voce espressiva come raramente se ne trovano nel rap in Italia, parlo della nuova generazione, provateci voi a essere espressivi usando tutti quei filtri, una poetica talmente calzante da superare le barriere del dialetto, un sapiente gioco nel tenere insieme i brani più minimalisti a quelli più tamarri, tutto fatto bene, come in effetti un top player come lui, capace di riempire per tre volte il Maradona, due anni fa come l’estate prossima, quando riempirà anche San Siro, deve saper fare. Vedere i numeri già giganteschi che i brani hanno su Youtube alle prime luci dell’alba la prova di una fanbase che magari non ha neanche Spotify Premium, ma che comunque lo segue anche oggi che ha spostato la sua attenzione sui propri mali da giovane ricco. Un lavoro monolitico, più a fuoco del precedente, che comunque era ovviamente di ottimo livello, con picchi verso l’alto come le già citate titletrack, Un ricco e un povero e A Napoli non piove, P’ forz e Sonnambulo, una sorta di martellante filastrocca, quasi senza fiato, che poi si apre a una melodia malinconica nel ritornello, 081, Fotografie e Phantom già note al pubblico e utili a apparecchiare il campo alle aspettative. Ovviamente ci sono momenti più votati a cantare l’amore, come Stelle e Canzone d’amore, diverse sotto il profilo musicale, la prima più ascrivibile alla tradizione partenopea, la seconda più orientata sul calendario che ci dice che siamo nel 2026, come la stessa Fotografie, ma il tema del “mangiare senza appetito”, del confronto con un pubblico che ancora lo cerca ma potrebbe trasformare i cellulari puntati per fare selfie in fucili pronti per l’esecuzione è comunque il tema centrale del disco, Desiderio, un altro dei brani più riusciti, con quella base rarefatta, a riassumere il tutto nelle sue liriche.

Geolier è forse il solo, al momento, con Ultimo, a aver fatto il botto senza aver per questo perso il contatto con la strada, mettere di fronte al proprio pubblico questi suoi nuovi tormenti di giovane arricchito poteva essere un passo falso, ma a un primo ascolto sembra ne sia uscito illeso. Mi sembra già un ottimo risultato.