Ultimamente mi diverto a giocare con ChatGPT. Esattamente per tutti quei motivi sbagliati per cui si guarda all’AI con sospetto. Ci gioco, questo termine è fondamentale per comprendere almeno il mio approccio, perché mi annoio, e mi annoio non perché io non abbia un sacco di cose da fare, a parte il lavoro, che di suo basterebbe, ho anche una famiglia numerosa, con quattro figli, figuriamoci se ho tempo per giocare. Ci gioco, quindi, perché mi annoio nelle mie costanti ricerche di spunti riguardo cosa scrivere, di cosa occuparmi. Attenzione, ci gioco, non ci lavoro. Quindi mi sono sempre guardato bene, immagino sbagliando, dal chiedere a ChatGPT qualcosa come “di cosa potrei scrivere in ambito musicale?”, per quel che riguarda gli argomenti da affrontare direi che basto e avanzo da solo. No, ci gioco perché come credo sia palese, i miei pezzi si basano spesso su cose che capitano, o che io racconto sono capitate, nello svolgersi della mia quotidianità, inserire qualcosa che abbia anche ChatGPT come co-protagonista mi è parso voler essere contemporaneo. Poi, però, mi annoio, perché la quotidianità non sempre è fonte di distrazioni interessanti, pur vivendo a Milano, città che per chi si occupa di musica è continua fonte di stimoli, e vivendo in un appartamento con altre cinque, a volte sei persone, in questi giorni abbiamo con noi mia suocera, per dire. Mi annoio perché il lavoro, anche se non sono in miniera a picconare la roccia, è lavoro, e il tempo da poter dedicare allo svago, ai rapporti con gente che magari non si relazione a te solo per lavoro, diventa sempre poco. E quindi sì, mi capita di passare qualche minuto in compagnia di ChatGPT come fosse una persona, come un adolescente qualsiasi, e di chiederle cose che so sbaglierà, tanto per il gusto di riprenderla, come un capofamiglia patriarcale in un decennio qualsiasi del secondo Novecento in provincia. E cosa di meglio che chiederle di me per indurre ChatGPT all’errore? Certo, sono a mio modo un personaggio pubblico, ho tante pubblicazioni alle spalle, programmi radio, tv, podcast, testi scritti per il teatro e il cinema, facile per ChatGPT relazionarsi con me, ma siccome uso la versione gratuita di ChatGPT è altrettanto facile coglierla in fallo, redarguirla, correggerla e sentirmi dire che ho ragione, salvo poi tornare sul medesimo aspetto il giorno dopo per scoprire che non ha imparato nulla da quel che le ho detto, essendo una chat e essendo intelligenza artificiale parlo di ChatGPT al femminile, vai poi a capire perché. Giorni fa le ho chiesto in maniera secca chi io fossi, e mi ha risposto che sono uno scrittore e critico musicale, mettendoci poi anche gli altri ruoli cui ho fatto riferimento sopra, ai quali ha però aggiunto “poeta”. Anzi, a dirla tutta, mi ha detto che sono uno “scrittore, poeta e critico musicale, che ha scritto per…” eccetera eccetera. Incuriosito da questa faccenda del poeta, le ho detto che si stava sbagliando, perché non ho mai scritto poesie, nello scriverle le ho specificato che ero io il Michele Monina di cui le stavo chiedendo informazioni. A quel punto ChatGPT mi ha risposto in maniera spiazzante, “sei un poeta che non ha ancora scritto poesie”. Caspita, roba degna del Brunello Robertetti interpretato da Corrado Guzzanti, nel suo caso “poeta dal mattino presto”. Riguardo invece le ricerche, perché chiedere a Google qualcosa oggi equivale a chiederlo a Gemini, che l’AI di Google, quindi non vedo perché ci sia qualcosa di così sbagliato nel chiederlo direttamente a ChatGPT, che dell’AI è la versione più nota, mi limito sempre a roba irrilevante, preferendo per le mie ricerche serie ricorrere a altre strade, più novecentesche. Giorni fa, e qui sposto il discorso dal mio rapporto annoiato con ChatGPT a altro, ho chiesto se il giallo e il viola stavano bene insieme. Il fatto è che ho sempre avuto difficoltà a capire gli abbinamenti dei colori, parlo ovviamente di quelli relativi ai vestiti, e dirò di più, fino a una parte neanche troppo lontana della mia vita, ho sempre ritenuto interessarsi degli abbinamenti dei colori dei propri vestiti, quasi sempre t-shirt e felpe o maglioni, sopra pantaloni che in qualche modo facessero riferimento al mondo dei jeans, fosse una grande perdita di tempo. Poi, certo, ho cominciato a comparire in pubblico, nel senso di andare in televisione, su un palco, oggi fare podcast video, e questa cosa in qualche modo mi è stata presentata come quantomeno da prendere in considerazione, ma un po’ come succede con l’andare in bicicletta o imparare a nuotare, se queste cose non le fai da piccolo poi farai grande fatica da grande, al punto, appunto, che ho dovuto chiedere a ChatGPT se indossare una t-shirt gialla, con la faccia di Berto dei Sesame Street, questo non gliel’ho specificato, sotto una felpa viola fosse plausibile. Ci fosse stata in giro mia moglie, ovviamente, lo avrei chiesto a lei, lei che per prima mi ha fatto notare che certi accostamenti che mettevo in pratica da giovane, stiamo insieme da quando eravamo da poco maggiorenni, non era esattamente un bel vedere, lei che del resto, da sempre, si premura di buttare via quei capi che le sembrano logori, e mi spinge a passare più di qualche secondo nei negozi dove poi vado a comprare i capi che li andranno a sostituire nel mio armadio e poi indosso a me. Ci ha provato, nel tempo, a cambiare la mia estetica, proponendo giacche, magari di lana, lunghe, a un certo punto ammainando bandiera bianca, perché come cantava Piero Pelù in Apapaia, a mio avviso brano migliore di quel 17 Re che proprio l’anno prossimo porterà lo stesso Piero Pelù a fare una reunion con Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi, “si può vincere una guerra in due, e forse anche da soli/ e si può estrarre il cuore anche al più nero assassino/ ma è più difficile cambiare un’idea”, testo che ricordavo ovviamente a memoria, ma con qualche piccola imperfezione, ma che riporto correttamente grazie a Gemini, appunto. Questa faccenda, il mio non sapere e soprattutto non volere abbinare bene i colori, il mio mettere più che altro indosso la prima cosa che mi capita, quasi sempre t-shirt, in inverno come in estate, con in invero e primavera l’aggiunta di una felpa, a volte di un maglione, jeans o simili come pantaloni, quasi sempre su scarpe da ginnastica, non sneaker, proprio scarpe da ginnastica, fa sì che di me, in casa ma immagino anche altrove, si possa dire che sono disordinato. Complice in questo il mio portare i capelli lunghi e spesso spettinati, sono capelli mossi, un tempo ricci, come potrei mai essere pettinato?, con tanto di barba categoricamente incolta. Certo, il fatto di fare un lavoro difficile da spiegare, scrivo, sì, ma scrivo cose differenti tra loro, pezzi, che è il mio modo per chiamare queste cose che in teoria potrebbero anche essere articoli, scrivo libri, scrivo per la radio, la tv, i podcast, il teatro, il cinema, spesso che lo cose che scrivo, che in realtà neanche scrivo letteralmente, le dico direttamente io, in radio, in tv, nei podcast, fatto che confonde ulteriormente le acque, ma poi salgo sul palco e sul palco faccio talk, certo, ma anche oggetti non identificati che vengono venduti come spettacoli teatrali, insomma, vai a capire chi sono, se non quel tipo buffo con i capelli incolti e che spesso ama comparire con indosso un paio di occhialoni da sole rosa, i capelli raccolti in due codini laterali (codini laterali che potrebbero essere visti come gesto ordinato, raccogliere i capelli in code o codini è comunque un provare a tenerli in sesto, ma viviamo in Italia e due codini ai lati della testa si fatica a vederli sul viso di un uomo di cinquantasei anni, mi par di capire). Metteteci che non ho mai usato un’agenda in vita mia, che negli anni ho anche costruito un immaginario da punkettone, uno che non si fa problemi a entrare a gamba tesa in un contesto anche istituzionale, facendo danni, e i punkettoni, si sa, sono sporchi e cattivi, sicuramente non ordinati, e il gioco è fatto. Sono disordinato. E per capire se il giallo e il viola stanno bene assieme devo chiedere a ChatGPT, che mi dice di sì, pur con un certo grado di perplessità, il giallo e viola stanno bene assieme, ma creano un contrasto cromatico piuttosto evidente, dice, contrapposti nella tavola dei colori seppur complementari.

Anche qui, dove per qui intendo tra le righe e le parole che state leggendo proprio ora, essere partiti parlando di intelligenza artificiale, e lasciando intendere un uso quasi adolescenziale che avrei intessuto con essa, di quelli in cui un umano si relaziona con una macchina per cercare un supporto emotivo e una compagnia che fatica a trovare nella vita reale, sempre che ChatGPT oggi non sia parte della nostra vita reale, e dubito che non ne faccia parte, tanto quanto i social, il telefono e via discorrendo, sto davvero mettendo troppa carne al fuoco, anche qui, dicevo, essere partiti dall’intelligenza artificiale, essere poi passato a parlare di abbinamento di colori, e di lì al mio disinteresse per cosa metto addosso, se ora uno mi chiudesse gli occhi arrivandomi alle spalle, scena tenera vista chissà quante volte in film e serie tv, e mi chiedesse cosa indosso, dubito saprei rispondere con precisione, fatto che ovviamente succede se mi si chiedesse cosa indossa mia moglie magari mentre stiamo in ascensore per andare magari fuori per cena, giuro che mentre stavo scrivendo queste parole mi è arrivata una telefonata di mia moglie, neanche fosse collegata in qualche modo telepaticamente con la tastiera del mio portatile, ma giuro anche che non mi ha chiesto di dirle com’era vestita quando poco fa è uscita di casa per andare a scuola dei nostri figli per un colloquio. Fatto, questo, il chiedermi come ero vestita, che nei primi mesi della nostra storia, parlo del finire degli anni Ottanta, succedeva anche piuttosto spesso, sempre con un livello di tensione per me insopportabile, perché so di non sapere, come Socrate, ma so anche che il mio non sapere viene spesso confuso per disinteresse, mentre è più che altro disinteresse per un aspetto che ritengo irrilevante. Cioè, se non so come è vestita mia moglie, che è mia moglie da ventisei anni, e mia compagna di vita da trentasette, non è certo per disinteresse verso di lei, ma per disinteresse verso il vestire, anche se poi trovo che lei abbia un gran gusto nel vestire, il che forse non è cosa che renda molto credibile questo mio dire.

Sia come sia vengo considerato disordinato, io che invece sono ordinatissimo, per certi aspetti quasi ossessivamente ordinato. Ne ho parlato più volte, sempre in questo mio usare la mia quotidianità, o quella che io racconto essere la mia quotidianità, è fondamentale che quello che scrivo venga preso alla lettera, tutto vero, ma alla lettera come si prende alla lettera un testo scritto, dove quel che sta su carta, in questo caso su web, sia ritenuto vero a prescindere dal fatto che lo sia, perché così ha stabilito chi scrive e così deve credere chi legge, mica sono un cronista. Ecco, raccontare qualcosa pretendendo che sia preso per buono, nel senso di ritenuto vero, mettendo in campo tutti se stessi, anche se magari quel se stessi non deve necessariamente coincidere col se stessi reale, la verità di fondo di quel che si racconta non certo scritto in quei dettagli che rendono una storia raccontata fedele passo passo alla storia realmente accaduta, sempre che esista una realtà oggettiva nella quale le percezioni di chi la vive, di chi vi assiste, volendo anche di chi la subisce, non entrino in gioco, quanto piuttosto nelle intenzioni del narratore, disposto addirittura a metterci la faccia, sua, del suo personaggio, comunque la faccia, cosa di più generoso di un gesto del genere?

Lily Allen è tornata, sì, lo dico così, di colpo, cambiando apparentemente discorso. L’ultima volta che ne avevamo sentito parlare era perché aveva annunciato, col suo solito stile diretto, che non gira troppo intorno alle cose, come quando, ancora giovanissima, aveva detto con una certa nonchalance di avere un terzo capezzolo, oltre i due di fabbrica, l’ultima volta che ne avevamo sentito parlare era perché aveva annunciato la sua intenzione di vendere foto dei suoi piedi su OnlyFans, denunciando a suo modo quanto le piattaforme di streaming tenessero in poca, per non dire nulla, considerazione gli artisti e la loro musica. Nel mentre, sempre per parlare di musica, l’annuncio del suo divorzio da David Harbour, suo marito e incidentalmente anche star grazie al suo ruolo di Jim Hopper, lo sceriffo, in Stranger Things. Un secondo divorzio dopo quello da Sam Cooper, padre delle loro due figlie, avvenuto nel 2013.

Ci sono, immagino, molti modi per affrontare un divorzio, specie se si è parte di una coppia sotto i riflettori, entrambi celebrità nei rispettivi campi professionali. Lily Allen è un’artista che ha deciso di mettere i propri panni in piazza, non tanto per lavarli, quanto piuttosto per esorcizzarli, sublimarli, riprendere la bussola della propria vita. Così nasce West End Girl, che di questa vicenda, amorosa, prima, devastata, poi, è il racconto. Una storia d’amore che parte come storia d’amore, quindi, diventa una storia d’amore, sghemba, poi, una sorta di cambio delle regole di ingaggio in corsa, la coppia sia, ma sia aperta, purché senza coinvolgimenti emotivi, e che infine la stessa Lily scopre essere tutt’altro, una storia di continui tradimenti, fisici, a un certo punto c’è il racconto della scoperta di quello che si potrebbe definire uno scannatoio, con tanto di sex toys, plug anali e via discorrendo, e soprattutto tutta una serie di lettere d’amore, con più corrispondenti, prova provata di come quelle stesse regole di ingaggio cambiate in corsa non siano state rispettate. Una storia che sarebbe dolorosa, e immagino lo sia stata, ma che diventa opera d’arte, e in quanto opera d’arte acquista tutta una serie di sfumature, anche divertenti, Lily Allen ha un senso dell’ironia tutto suo, finendo per far passare il suo ex marito come assai meno fascinoso di quanto l’essere la star di una serie tv amatissima dovrebbe portare con sé come corredo. Anzi, vien quasi da pensare che dopo l’ascolto di West End Girl, album forse non perfetto, con un’altalenanza non tanto di stili musicali, la cifra di questo lavoro è proprio presentare un bouquet di un po’ tutti gli stili a disposizione, dal pop, ovviamente, all’elettronica, passando per il ragamuffin, il folk acustico, l’urban come la dance, quanto piuttosto di tenuta, ci sono brani decisamente più riusciti di altri, stiamo comunque parlando di pop altissimo, ma che comunque si propone come lavoro importante di questo 2025 che è e rimane comunque l’anno di Lux di Rosalia, lavoro talmente epocale da segnare in qualche modo il passo di tutti gli altri.

West End Girl riesce in un’impresa a suo modo epica, la storia che Lily Allen racconta, senza reticenze e con dovizia di particolari, diventa ovviamente la storia di tanti altri, a questo in fondo serve l’arte, no?, ma lo diventa giocando amabilmente con l’arte stessa, quindi rovesciando continuamente canoni che verrebbero dati per scontati, quindi un up-tempo come Ruminating, praticamente un drum ‘n bass 2.0, diventa una sorta di presa di coscienza di come il baratro della depressione sia lì a portata di mano quando la vita ci pone di fronte a certe svolte tremende e inattese, così come la solarissima Pussy Palace, il titolo già dice molto, è in realtà una sorta di faccia a faccia con una realtà che non possiamo più fingere di non vedere, la fine di un amore, tanto quanto Sleepwalking, in apparenza dolce e eterea, diventa la constatazione assai poco amichevole di come il nostro compagno non sia quello che ci stavamo immaginando, tutt’altro, l’uno due di Tennis e la successiva Madelaine, dove praticamente la voce incredibilmente versatile di Lily Allen si fa quella di una cronista, che racconta con leggerezza di come suo marito vada a giocare a tennis, appunto, con tale Madaleine, sul cui ruolo la canzone si chiude, con debito punto di domanda, salvo poi farci sapere che la medesima confiderà a Lily di avere una storia con il di lei marito, ignorando però che il di lei marito fosse sposato, roba che neanche davvero in Sex in the City. Un racconto preciso, ordinato nel suo disordine estremo, il continuo cambio di registri che potrebbe indurre l’ascoltatore a una sorta di confusione, non fosse tutto tenuto così perfettamente insieme, una hit incredibile come 4Chen Stan, insieme al brano che da il titolo al tutto e a Pussy Palace la migliore della covata, a renderlo indubbiamente indimenticabile. Una popstar capace di ballare sulle macerie della propria vita, la Lily Allen di West End Girl, il che alle soglie dei quarant’anni, e con una carriera già importante alle spalle è davvero sorprendente. Anche come sia riuscita, un sorriso non credo di facciata sulla bocca, a rendere impresentabile ovunque il suo ex.

Del resto, l’album precedente di Lily Allen, lo strepitoso No Shame, che vedeva Mark Ronson alla produzione, era comunque una carrellata di fallimenti quasi senza via d’uscita, un altro divorzio, un paio di aborti, la dipendenza dalle droghe e la voglia di chiuderla con la musica, in effetti tra quel lavoro e questo sono passati poi sette anni, non ci sarebbe poi tanto da meravigliarsi che ancora una volta l’artista inglese riesca nel miracolo di rendere fruibile, piacevolmente, la messa in scena di una vita a suo modo in caduta libera. Come direbbe Rose Villain, Lily Allen ci porta, in maniera tutt’altro che disordinata, non lasciatevi ingannare dalle apparenze, è di questo che vi ho lungamente parlato all’inizio di questo pezzo, nel suo disordine. E mai come in questo caso il risultato è stato piacevole e anche catartico, anche per chi non ha matrimoni devastati alle spalle.