Tempo fa, parecchio tempo fa, mi è capitato di scambiare due chiacchiere sui social con un amico e collega di vecchissima data. Il tema era appunto l’invecchiamento, mio e suo, e come questo invecchiamento ci stesse spingendo verso un costante stato di commozione perpetua. A dirla tutta, a cominciare era stato lui, Piersandro Pallavicini, il quale aveva scritto un ennesimo post nel quale parlava di come si fosse messo a piangere per non ricordo ovviamente cosa. Io mi ero attaccato a lui, nella sezione commenti, il social in questione essendo entrambi degli anni Sessanta non poteva che essere Facebook, prima prendendolo bonariamente in giro, poi ammettendo che capitava spesso anche a me. La conclusione, scontata, è che tutto ciò dipendesse dall’anagrafe, e da quel modo diverso con cui si guarda alla vita e a quel che ci succede intorno quando, teoricamente, la parabola ha cominciato la sua fase discendente.
Quando scrivo di musica sono in genere considerato uno cattivo, a tratti violento, sempre dissacratorio e comunque poco incline a lasciarmi andare a analisi che affrontino con interesse il tema delle emozioni. Una lettura, mi sento di dire, molto parziale, perché nei fatti passo molto più tempo a divulgare che a criticare negativamente, ma capisco perfettamente la faccenda del rumore dell’albero che cade rispetto al silenzio di quello che giorno dopo giorno cresce, quindi accetto la lettura e vado avanti. Nei fatti ci sono ovviamente canzoni che mi emozionano, alcune anche che mi commuovono. Visto il lavoro che faccio, e un po’ anche per una educazione sentimentale novecentesca, quindi tendenzialmente poco incline a lasciare che un maschio esterni troppo le sue emozioni, provo a fare la famosa distinzione che dovrebbe portare chiunque, prima di parlare di emozioni in musica, a fare un esercizio di astrazione, prendere quel minimo di distanza emotiva da quel che si ascolta o del quale si vuole parlare che preveda il lasciare fuori dal discorso il proprio vissuto personale e quanto quella determinata canzone abbia impattato con esso. Mi spiego meglio, se un brano X di un artista Y è legato a un nostro ricordo importante, il primo bacio all’amore della nostra vita, un lutto, il giorno in cui ci siamo laureati, fate voi, è ovvio che avremo nei suoi confronti un trasporto emotivo fortissimo, e del tutto irrazionale. Come se fossimo i cani di Pavlov che, ascoltando il brano X dell’artista Y immediatamente associamo il tutto a quel ricordo, emozionandoci. Questo, è il bello e il brutto della vita, può capitare con canzoni che non abbiano chiari riferimenti a quel che abbiamo vissuto, potremmo aver dato il primo bacio all’amore della nostra vita con una colonna sonora di suo inadeguata, o fuoriluogo, ciò non di meno continueremo a associarla a quel momento, finendo per esercitare un transfert nostro personale. Ora, chi posso mai essere io per dire a chicchessia che la canzone per cui si emoziona, magari a distanza di anni, decenni, è in realtà dozzinale, banale, o semplicemente brutta? Questo senza andare a toccare delle corde emotive che fanno riferimento all’irrazionale, e che quindi esulano da qualsiasi ragionamento? E soprattutto perché mai dovrei fare un’operazione del genere? Ecco, quello che provo a fare, con tutti i distinguo del caso, è quello di isolare i singoli brani di cui scrivo, quindi astraendoli da qualsiasi contesto privato, e in caso disinnescarli, andando, che so?, a spiegare che quel panino il cui sapore ci è così familiare, e che quindi riconosciamo come buono, forse addirittura ottimo, è in realtà junk food, portatore insano di sapori banali e, anche, di colesterolo alto. Perché è ovvio che il junk food, se se ne abusa, è deleterio per la nostra salute fisica, ma è anche vero che pure ascoltare musica dozzinale credendola bella ci spinge verso un irrefrenabile china decadente, che ha per risultato finale la nostra totale analfabetizzazione, con tutto quel che ne consegue.
Questa lunga premessa, anzi, queste due premesse legate invisibilmente tra loro, la commozione che mi assale sempre più spesso per questioni anagrafiche e la mia missione da Grinch di spiegare a chiunque che ciò per cui si commuove dovrebbe in realtà spingerlo all’indignazione, mi agevola nel discorso che sto andando a fare. Un discorso generico legato in realtà a un progetto discografico e editoriale preciso, la duplice uscita di Orbit Orbit, disco e romanzo a fumetti di Caparezza, quel Caparezza che pensavamo non sarebbe più tornato. Un discorso generico che è il mio modo di parlare di questo progetto senza star qui a raccontarne i dettagli, perché, poi ci arrivo, i dettagli sarebbero continui spoiler all’ascolto e la lettura di questa duplice opera, e Dio solo sa quanto siano fastidiosi gli spoiler nel momento in cui ci si prende del tempo per affrontare una qualche opera, specie una opera bellissima come questa, che merita tutto il nostro tempo.
Allora, ci sono tre piccoli lacerti di canzoni pop che ogni volta che li ascolto mi portano al pianto. Non un pianto triste, proprio un pianto di commozione. Per quella capacità poetica, quindi di sintesi, che le canzoni hanno, il dire in poche parole e magari neanche troppe note, qualcosa di complesso, il che detto da un inguaribile massimalista come me dovrebbe quantomeno essere preso sul serio.
Il primo, vado in ordine cronologico di uscita, è un pezzo di una canzone che per altro neanche trovo così interessante di suo, Per sempre di Ligabue, contenuta nell’album del 2013 Mondovisione. In una sorta di carrellata cinematografica di scene che hanno in qualche modo segnato la sua vita, scene che non riconosco come mie, a differenza di quello che magari succede in altri brani del cantautore di Correggio, nel quale riconosco comunque la capacità di disegnare personaggi credibili seppur lontani da me, e anche da lui, come il protagonista di Una vita da mediano, per dire, ecco, in questa sorta di carrellata cinematografica, a un certo punto, Luciano ci porta nella cucina di casa sua, quando lui era, si suppone bambino. Una cucina qualsiasi di una casa di provincia, come quella che Luca Carboni ha reso incredibilmente bene nella sua Le case d’inverno. Senza che io ci stia troppo a girare intorno, Luciano Ligabue canta questa strofa: “Mia madre che prepara la cena, guardando Sanremo/ carezza la testa a mio padre e gli dice: vedrai che ce la faremo”. Ecco, ascolto queste parole è mi si riempiono immediatamente gli occhi di lacrime. È successo anche ora, col solo gesto di scriverli. Qui, suppongo, qualcuno potrebbe alzare il famoso ditino, quello del maestrino saputello, e dirmi che sto utilizzando esattamente quel metodo personalizzante che chiedo a chi mi legge di tenere a freno, facendo chiari riferimenti al mio passato di uomo nato alla fine degli anni Sessanta, quando il boom economico impattava violentemente con la crisi economica e gli anni di piombo. Ovviamente c’è anche quello, certo, ma quello che mi commuove, lo dico da appassionato di parole, il massimalismo in fondo è un infinito atto d’amore per le parole, assoluto e assolutizzante, è come Ligabue sia riuscito a riassumere in una sola frase una generazione e un comune sentire, quella dei nostri genitori. Le altre due parti di canzoni che mi commuovono alla stessa maniera, e notate bene che non sto parlando di canzoni che mi commuovono, ce ne sono tante, tantissime, per dire, come non commuoversi ascoltando Eroe (Storia di Luigi Delle Bicocche) di Caparezza, e anche per i motivi di cui sopra, qui sto parlando di lacerti di canzoni, piccole sezioni, una strofa, una frase, un passaggio, sono ugualmente di Caparezza. Entrambe.
La prima è un passaggio di una canzone che in apparenza è allegra, anche divertente, visto il video che la accompagna, Ti fa stare bene. La canzone è parte dell’album Prisoner 709, e a un certo punto presenta questo passaggio: “Voglio essere superato, come una Bianchina dalla super auto/ come la cantina dal tuo superattico, come la mia rima quando fugge l’attimo/ Sono tutti in gara e rallento, fino a stare fuori dal tempo/ superare il concetto stesso di superamento mi fa stare bene”. Una frase complessa, stiamo parlando di Caparezza, l’unico in Italia, anzi, l’unico insieme a Rancore, in grado di mettere su un testo almeno due o tre piani di lettura, una frase complessa che nella canzone, una uptempo, viene accompagnata da Caparezza che rallenta andando appunto fuori tempo. A me questa cosa commuove. Alle lacrime. Perché sintetizza un comune sentire, non di tutti, immagino, ma sicuramente che mi lega alla poetica di questo artista. E perché invecchiare, credo, comporti proprio cominciare a fare i conti col fatto che la frenesia che in gioventù si da per scontata sia il solo modo di vivere, e che in età adulta ci viene spacciata come il solo modo di vivere, non è poi così naturale.
L’altra frase, e poi arriviamo all’oggi, oggi che è appunto Orbit Orbit, disco e romanzo a fumetti, in realtà è di questo che vi sto parlando sin dalla prima frase di questo pezzo, sappiatelo, l’altra frase è tratta dalla canzone El sendero, uscita nel Exuvia del 2021. Una canzone da andamento latineggiante, grazie anche alla presenza in feat di Mishel Domensainn, e nella quale Caparezza fa come un bilancio della propria vita fino a quel momento, poi ci torno su. Anche questo è una canzone di Caparezza, quindi complessa, piena di citazioni e di giochi di parole, non dico niente di nuovo, e a un certo punto, praticamente subito, arriva questa frase: “Tu che invidi la mia vita/ Io che penso: sa di un cazzo, sembra seitan”. Non credo servano didascalie per specificare perché ogni volta che sento questa frase, ma anche solo leggo o scrivo questa frase, mi commuova.
Arriviamo a oggi. Caparezza è tornato. Non è un fatto da prendere troppo alla leggera, e non solo perché Caparezza è indubbiamente uno degli artisti più importanti della mia generazione e della musica italiana tutta. Ma perché, Prisoner 709 e Exuvia in qualche modo parlavano già di questo, Caparezza ha seriamente rischiato di non tornare. O almeno di non tornare con un album e quindi con un tour. Lo ha già raccontato, in canzoni e in interviste, e lo ha fatto anche durante un incontro avuto con la stampa in questi giorni a Milano, incontro cui ho preso parte, Caparezza soffre da anni di una potente forma di acufene, che col tempo ha aggravato lo stato generale del suo udito, togliendogli alcune frequenze, termine tecnico ipoacusia. Credo che Caparezza sia stato il primo, e tranne forse Piero Pelù, mi sembra sia l’unico a aver reso pubblico questo problema, che in realtà riguarda molti artisti, e forse anche molti critici e giornalisti musicali, visto il tempo passato a ascoltare musica a altissimi volumi, in studio, sopra o sotto un palco, in casa o in giro. Nell’album Prisoner 709, che per intendersi è un album il cui tema centrale è appunto la prigionia, Caparezza ne aveva cominciato a parlare, il brano Larsen lo fa in maniera insolitamente esplicita. Nel successivo Exuvia, il cui tema è invece la fuga, tutto ambientato in un bosco, il tema era tornato con toni onestamente allarmanti, parlo di chi guarda a Caparezza appunto come un artista importante, quindi necessario. Nel singolo La scelta, giocato sul narrare in parallelo le vite di due artisti di epoche diverse, Ludwig Van Beethoven e Mark Hollis dei Talk Talk, il primo costretto a fare l’artista da un padre avido, divenuto notoriamente sordo e quindi impossibilitato a ascoltare quel che componeva, il secondo ritiratosi per amore della propria famiglia all’apice del successo, determinato a non lasciare che la discografia lo privasse della voglia di vivere le sue emozioni. Sapendo dei suoi problemi, lo dico con un pizzico di angoscia, e qui si spiega anche la commozione che provo, quella sì senza filtri, nel sentire il passaggio di El Sendero su citato, ho sempre letto e ascoltato quel testo come un decidere di mettersi a lato, ritirarsi, provare a pensare a una vita senza musica. Certo, il finale del disco, che vedeva il protagonista uscire fuori dalla selva, dantesca, dal bosco, poteva lasciare qualche speranza, ma non ho mai pensato ci sarebbe stato un nuovo disco.
Piccola deviazione dal percorso principale, personale. Personale davvero, non come quando sembra io mi stia concentrando a raccontare di cose mie, schivando il soggetto indicato nel titolo dei miei pezzi, in realtà mero escamotage narrativo. Un paio di anni fa ho incontrato Michele, cioè Caparezza, in aeroporto, a Bari. Io e Michele ci conosciamo da una vita, da quando lui stava facendo il botto con Fuori dal Tunnel e io ero la prima firma di Tutto Musica. Negli anni questo rapporto professionale, la copertina di Tutto Musica a lui dedicata era un mio pezzo, è diventata amicizia. Al punto che poi abbiamo anche scritto un libro assieme, Saghe Mentali, uscito nel 2008 per Rizzoli e poi riproposto dieci anni dopo in una versione aggiornata. Lì, in quell’occasione, Michele mi ha detto che la situazione della sua acufene era peggiorata, mi ha mostrato quelli che l’altro giorno nell’incontro stampa ha chiamato “apparecchietti”, corrispettivo per gli ipoudenti degli occhialii, ma evidentemente ancora accompagnati da un evidente stigma. Siccome io e lui ci scriviamo spesso su Whatsapp, per vezzo da sempre iniziando il messaggio con una parola che includa il suffisso “omo”, per omonimo, da tempo costretti a cercare parole dove “omo” sia inserita tra le sillabe, avendo credo terminato le possibilità che la sillaba in questione sia in apertura, ecco, siccome ci si scrive spesso, sapevo da tempo che era il mondo dei fumetti cui Caparezza stava guardando per ipotizzare un futuro. A cinquant’anni, impossibilitato o quasi a pensare alla musica come alla forma d’arte che lo avrebbe continuato a accompagnare di qui in avanti, la vecchia passione che lo aveva spinto alla musica, il fumetto, è stata ancora una volta rilevante, fondamentale. Perché il piccolo Michele, questo ci ha raccontato, era un grandissimo appassionato di fumetti, che è arrivato alla musica proprio perché certa musica era la perfetta colonna sonora di quegli albi e quei libri, dalle sigle dei cartoni animati alla space music di Kraftwerk e Rockets. Ecco, Orbit orbit parte da qui. Da quella passione. Prima nasce come libro a fumetti, operazione resa possibile dal suo aver deciso di studiare come si scrive una sceneggiatura, aver frequentato tante fiere del fumetto e essere entrato in contatto con quella parte dell’editoria, inizialmente con l’idea di diventare editore, ha detto, e solo in un secondo momento è diventato anche un disco, sorta di contraltare di quel romanzo a fumetti, edito da Bonelli e con nove disegnatori a alternarsi tra i capitoli. Se il piccolo Caparezza, ancora solo Michele Salvemini, ha acquistato per la prima volta un disco perché incuriosito da quegli strani tipi che sembravano dei robot, i Kraftwerk, e quelli che sembravano alieni argentati, i Rockets, ecco che quando il romanzo Orbit Orbit è diventata realtà, una storia avventurosa che corre su due binari tra realtà e fantascienza, la musica non poteva che avere per riferimento quel tipo di elettronica lì, la space music. Chi ha avuto il piacere di ascoltare Io sono il viaggio sa di cosa sta parlando, chi non lo ha fatto lo faccia presto, che la vita è breve e il tempo andrebbe dedicato solo a azioni edificanti, come questa.
Ora, capirete la difficoltà di non voler spoilerare niente dovendo parlare di un disco nel quale ogni singola canzone è legata ai capitoli del romanzo, romanzo che Caparezza ci ha raccontato, maledetto, spoilerando molto se non tutto. Posso dire solo l’inizio, che è poi la fine di Exuvia, il protagonista esce da un bosco. E posso dire che il protagonista è chiaramente Caparezza, chi ha visto sui social le rare immagini del romanzo non può non riconoscerne i tratti. Caparezza esce quindi da un bosco, finisce dentro quello che potrebbe essere il backstage di un festival musicale dove tutti lo riconoscono, ma dove il solo a non sapere chi sia Caparezza è Caparezza stesso. Quindi Caparezza entra nell’airstream, quelle roulotte argentate simili a una capsula spaziale, in quel caso i camerini, e lì sviene. Da qui parte la trama, dove il viaggio è frutto della fantasia e dell’immaginazione, capace di creare la trama fantascientifica, il tutto influenzato da quel che succede intorno al corpo del Caparezza svenuto sul pavimento del camerino. Non dirò altro, se non che stavolta il tema del disco e del libro è la libertà, quindi Prisoner 709 era prigionia, Exuvia fuga e Orbit Orbit libertà. Dirò che orbit orbit è l’onomatopea ideata da Caparezza proprio per l’immaginazione, tanto quanto il Muble Muble è quella per il pensare. Dirò che, sorpresa, Orbit Orbit è in realtà la storia di un artista che guarda al mondo non con disperazione, chissà se ci sarà un prossimo album dopo questo, o rassegnazione, quando piuttosto con l’essere un artista risolto, che ha capito che si è quel che si è, non quel che si fa. Dirò, ma questo è solo un indizio, che questo, nono album di Caparezza, pubblicato in parallelo a un romanzo a fumetti disegnato da nove artisti, prende spunto dal fumetto, nona arte, Galaxy Express 999, dove evidentemente il nove ha un suo valore a se stante, e non c’è capitolo del libro o canzone che non citi fumetti di ogni genere.
Dirò che nonostante l’incontro con la stampa sia durato oltre due ore, e Caparezza ci abbia non solo spoilerato il romanzo, ma dato un sacco di indicazioni riguardo gli incastri, le citazioni, musicali e non, i piani di lettura, questo è un lavoro che richiede, pretende attenzione, e ci mancherebbe pure altro, ma che può avvenire anche in assenza di Caparezza che stia lì a dare spiegazioni, perché le canzoni sono complesse e belle di loro, esattamente come le tavole del romanzo, ascoltabili e leggibili in parallelo, prima uno e poi l’altro, separatamente, o anche singolarmente. Dirò che nel disco è per la prima volta presente una cover, la prima di Caparezza dentro un suo album, e che ovviamente non è lì per una mera faccenda di hype, dal momento che è la cover de Il banditore di Enzo Del Re, se non sapete chi è andate a sanare questa ferita, e magari fatelo partendo dalla sua partecipazione al fianco di Vinicio Capossela, che per intendersi è un altro di quegli artisti come Caparezza e Rancore che ci dice come le macchine non potranno mai battere gli uomini in questa frenetica lotta che nei fatti sta tutta e solo nelle nostre ansie e paure, nel Concertone del Primo maggio di qualche anno fa, lì sul palco di Piazza San Giovanni a cantare percuotendo come accompagnamento una sedia. Dirò che ci sono almeno due brani destinati a diventare tra i più amati di sempre del nostro, Pathosfera, una vera botta sui denti, e la finale Perlificat, un brano, lo dico senza aggiungere altro, che potrebbe gareggiare con la recente Berghain di Rosalia, e ho detto tutto.
Ecco, Orbit Orbit è la perla di Caparezza, cioè il modo in cui si può affrontare un momento negativo rendendolo qualcosa di prezioso, di bello, esattamente come le ostriche fanno coi batteri che le attaccano, producendo le perle. Il disco e il romanzo a fumetti di un artista di cinquantadue anni che rivendica il suo essere un artista di cinquantadue anni, quindi non un giovane e neanche un adulto che vuole essere giovanile o, peggio, giovanilistico, ascoltate Come la musica elettronica per credere. L’album e il romanzo a fumetti di un artista pacificato, vi sorprenderete a non sentirlo più fare tutti quei giochi di parole come a non sentirlo più con quella vocetta così caratterizzante, non ne ha più bisogno, un artista che non sa cosa lo attende nel futuro, ma nel presente ci ha regalato una pagina importante di arte, e mai come questo tempo infame ha bisogno di arte e di bellezza. Ora piango.




