Sto per vedere il mio primo concerto di Bruce Springsteen. Faccio il critico musicale, mio malgrado, dagli anni Novanta, quindi ne avrei potuti vedere diversi anche senza uscire da Milano, ma di fatto non è mai capitato, e non è mai capitato perché non ho mai cercato che capitasse. Oggi però sto per vedere il mio primo concerto di Bruce Springsteen. Ho uno strano rapporto, con Bruce Springsteen. Ricordo perfettamente il momento nel quale ho approfondito il suo ascolto e ricordo anche perché, così come ricordo perfettamente perché fino a quel momento lo avevo sempre ascoltato con distrazione, distrazione dovuta a un preconcetto che avevo nei suoi confronti.

Esattamente venticinque anni fa, infatti, diciamo all’inizio del 2000, sono entrato nell’ufficio di Silvestro Serra, direttore di GenteViaggi, e gli ho proposto un’operazione folle. Serra era diventato direttore da pochissimo, come da pochissimo scrivevo per GenteViaggi. A dirla tutta il mio primo articolo per loro, il mio primo reportage per loro, era coinciso col primo numero che lo vedeva direttore, quindi un numero costruito quando lui ancora non era da quelle parti. Prima di finire lì, in Rusconi, di lì a breve GenteViaggi sarebbe stata acquisita come il resto della casa editrice da Hachette, prima di finire lì Serra era caposervizio delle pagine di spettacoli di Panorama, in Mondadori. Io collaboravo con quelle pagine, e ci collaboravo in virtù del mio lavorare tre piani sopra loro, nella redazione libri, e anche in virtù del mio essere in procinto di pubblicare un libro con la Mondadori, il mio terzo libro, secondo romanzo, intitolato “aironfric”, primo romanzo italiano uscito per la collana Strade Blu. A chiamarmi a GenteViaggi era stato il caporedattore, un uomo colto e gentile di nome Franco Berton Giachetti, il quale, da vero appassionato di libri aveva letto il mio libro d’esordio, “furibonde giornate senza atti d’amore”, una raccolta di racconti di matrice nannibalestriniana, e mi aveva proposto di scrivere un reportage sui Monti Sibillini. Avevo immediatamente accettato, ancora prima di sapere che me l’avrebbero pagata un milione di lire, praticamente la metà di uno stipendio medio. Sempre per capirsi, il mio primo libro per Mondadori, poi avrei pubblicato con loro alcune biografie di cantanti, anche di un certo successo, mi era valso un anticipo di cinque milioni di lire, quindi potete ben capire quanto fosse buono il compenso di un milione per un articolo. Giocando subito a carte scoperte, ma mai quanto avrei dovuto, intitolai il mio pezzo “L’ascesa dell’asceta”, poi non ricordo che titolo sarebbe stato usato realmente, un pezzo nel quale raccontavo di un mio fallimento nel tentare di raggiungere il Lago di Pilato, che proprio in cima al Monte Sibilla si trova. Nel pezzo citavo molta musica, quella in fondo era già la mia passione, e su Panorama di quello parlavo, e avessi giocato anche la carta dell’onestà avrei dovuto ammettere di aver fallito da fermo, cioè non ero arrivato al Lago di Pilato perché neanche ero mai partito per i Monti Sibillini. Comunque quel reportage letterario, chiamiamolo così, uscirà nel primo numero di GenteViaggi, giornale ai tempi leader del settore viaggi, diretto da Silvestro Serra, il quale era ben felice di trovare tra i collaboratori me, un viso che già conosceva da qualche tempo. Come potete immaginare arrivare in una nuova redazione è sempre un’impresa ostica. Di qui l’idea di arrivare e proporre una cosa folle, un coast to coast negli States, in compagnia di una cantante che pensavo ai tempi, e penso ancora, sia una delle nostre eccellenze, la citavo anche nel pezzo sul Lago di Pilato, Cristina Donà. Chiaramente fare un coast to coast non era come fare un reportage su un posto che sta a circa un’ora dalla città nella quale sono nato, e pretende anche una motivazione più valida di “il reportage su un luogo delle Marche lo scrive un tizio solo perché è uno scrittore marchigiano”. Quindi mi ero preparato, e per prepararmi prima avevo parlato con Cristina, cercando una qualche motivazione che potesse spingere un giornale a farci fare un coast to coast negli States, e la motivazione era indubbiamente Bruce Springsteen, che oltre a essere uno degli artisti musicali americani più importanti era anche il cantante preferito proprio di Cristina. Questa cosa che a Cristina piacesse Springsteen mi aveva sorpreso, perché io non ero mai riuscito a farmelo piacere. Non lo avevo neanche mai ascoltato con grande attenzione, perché in Italia, almeno per chi come me era nato nel 1969, il Boss, così lo chiamavano e lo chiamano ancora, era quello di Born in the USA, canzone che erroneamente avevo frainteso come un brano nazionalista, quindi di destra. Del resto Springsteen appariva sempre molto muscolare, con una certa ostentazione della bandiera a stelle e strisce, direi che il mio fraintendimento ci poteva pure stare. Cristina mi ha spiegato che mi sbagliavo, ma questo non era sufficiente per giustificare il mio andare da Serra a proporre questo progetto folle. Se una cosa l’ho capita, del giornalismo, è che c’è una certa affezione agli anniversari, quindi alle date tonde, così in epoca pre-Google mi sono armato di pazienza e sono andato a spulciarmi la discografia, discografia che non conoscevo se non superficialmente, cercando un disco che avesse una data tonda per quel 2000. The River, nel 2000 erano esattamente vent’anni dall’uscita del doppio album The River, il primo che ce lo ha fatto conoscere in Europa, e quindi anche in Italia. Con le chiacchiere sono sempre stato bravo, Silvestro Serra ha sempre provato simpatia per me e, credo, il fatto che io non fossi uno dei redattori, che credo gli stessero in buona parte sul culo ha contribuito a accettare la mia idea, saremmo andati a fare questo coast to coast. O meglio, sarei andato, per andare tutti e due toccava trovare una giustificazione per il fatto che con me ci fosse anche Cristina, che non era così famosa da fungere da richiamo per il lettore tipo di GenteViaggi, questo nonostante fosse entrato nel gruppo di artisti indipendenti con cui stavo lavorando in Mondadori proprio per uscire con un proprio libro per la Piccola Biblioteca Oscar. Ecco la scusa, Cristina oltre che cantautrice sopraffina era anche una ottima fotografa, così lei sarebbe venuta per curare la parte delle immagini di quel lungo viaggio sulle orme di Springsteen, quasi un mese negli USA. Per poter far passare la cosa ci siamo prima fatto un viaggio in Basilicata, alla ricerca del nuovo Texas, viaggio che meriterebbe a sua volta un approfondimento, perché saremmo dovuti andare dalle parti di Pisticci, nei calanchi, ma erroneamente siamo prima andati a Melfi, dove c’erano sì le trivelle per il petrolio dell’Eni, come in Texas, ma un paesaggio verdeggiante tutt’altro che texano. Di fatto il primo ottobre 2000 siamo partiti per Newark, nel New Jersey, per un viaggio lungo e faticoso che ci avrebbe visto toccare, vado a memoria, New York, Atlantic City, Philadelphia, Cleveland, Chicago, Normal in Illinois, città natale di David Foster Wallace, che con Springsteen non c’entrava niente ma con me molto, e poi Omaha, in Nebraska, poi in aereo fino a Los Angeles e su su, Big Sur, di cui vi parlerò prossimamente, e infine San Francisco, mia moglie Marina con noi da Chicago in poi. Fortunatamente, verrebbe da dire, perché proprio a partire da Philadelphia, la città cantata dal Boss nella colonna sonora dell’omonimo film di Jonathan Demme con Tom Hanks e Denzel Washington, Philadelphia che era la città dell’amicizia, io e Cristina ci siamo mandati a cagare, per riprendere a parlarci quando è arrivata Marina, brava come pochi a gestire situazioni emergenziali. Da quel viaggio è nato un reportage, copertina credo a dicembre del 2000 di GenteViaggi, dovrei scendere in cantina a controllare nel mio archivio, e poi un libro per me fondamentale uscito per la Piccola Biblioteca Mondadori nel 2003, God Less America, libro mio uscito con un video artistico fatto da Cristina e uscito in formato DVD, prima il libro non era uscito perché in mezzo c’era stato l’11 settembre de 2001, con l’attacco alle Twin Towers e tutto quel che ne è seguito. Negli anni sono diventato qualcosa vicina a una “prima firma” di GenteViaggi, facendo tantissimi reportage, molti dei quali divenuti pezzi di copertina, compreso un altro frutto di un viaggio di un intero mese nella Malesia di Sandokan, mi picco infatti di essere stato il secondo italiano a aver messo piede a Mompracem, in realtà un’isola disabitata chiamata Kuraman, nel 2003. Nel 2006 GenteViaggi ha chiuso, io continuato per un po’ a scrivere reportage per altre riviste, MarieClaire, Viaggi e Sapori, ultimamente anche per il magazine online con cui ho collaborato negli ultimi anni, MowMag, ma la parte musicale ha preso il sopravvento su quella da viaggiatore, questo nonostante di fatto io abbia pubblicato una trentina di libri di viaggio. Quel God Less America è stato il mio primo reportage, chiaramente figlio del mio essere un grande estimatore di David Foster Wallace, un libro che ha segnato il mio neanche troppo lento passaggio dalla narrativa dura e pura a questa cosa che faccio ora e che potete anche leggere qui adesso.

Da allora Springsteen mi è diventato quantomeno più simpatico, come più simpatico mi è diventato Vasco Rossi dopo che ci ho lavorato. Ho anche approfondito i suoi dischi, amandone molti alcuni, The River compreso, e capendo la grande cantonata presa fino a quel momento, riguardo il suo essere un uomo di destra. Un nazionalista sì, è pur sempre un americano, ma l’idea di nazionalista degli americani e la nostra non coincide, credo, credo con una buona certezza. Cristina continua a essere una mia cara amica, anche se con gli anni ci si vede sempre meno, e per qualche anno non ci siamo praticamente neanche mai visti, oltre a essere una delle nostre più grandi cantautrice, a mio insindacabile parere la migliore che abbiamo.

Oggi, però, sto per vedere il mio primo concerto di Bruce Springsteen. Faccio il critico musicale, mio malgrado, dagli anni Novanta, quindi ne avrei potuti vedere diversi anche senza uscire da Milano, ma di fatto non è mai capitato, e non è mai capitato perché non ho mai cercato che capitasse. Oggi sta capitando.

È la seconda data di Bruce Springsteen a San Siro, in questo caldissimo 2025, due concerti che in realtà ci sarebbero dovuti essere l’anno scorso e che erano saltate perché il Boss si era ammalato. Ha rischiato di non esserci Little Steven, che neanche dieci giorni fa si è operato negli USA di appendicite, ma sarà lì, sul palco, con tutta la E-Street Band.

Nel pomeriggio, per prepararmi, invece che ascoltarmi qualche canzone di Springsteen, il concerto dura oltre tre ore, non vorrei andare in overdose, mi sono visto la puntata di Tintoria con ospite Paolo Nori. Una scelta inusuale, pensavo, invitare uno scrittore, laddove in genere gli ospiti sono tutti del mondo dello spettacolo, e con un certo tasso di notorietà, invece Nori è stato fantastico, con il suo umorismo e la sua stralunatezza emiliana. Io Nori l’ho conosciuto prima che lui avesse pubblicato il suo primo libro, quando io avevo da poco pubblicato il mio libro d’esordio. Eravamo entrambi stati invitati a una lettura pubblica a Bologna, presso un circolo culturale di sciure piuttosto abbienti. Io avevo letto il mio racconto “Un posto meno spaventoso”, che pochi mesi prima avevo letto al Teatro Valli di Reggio Emilia, all’interno del Laboratorio di scritture Ricercare, al cospetto dei principali critici letterari, editori e scrittori italiani, e dopo la lettura mi si era avvicinata una delle padrone di casa, dicendo che aveva trovato deliziose le mie poesie e che sarebbe stata felice di ospitarmi di nuovo. Al che le avevo fatto notare che il mio era un racconto, non erano poesie, tenendo per me la faccenda che trovare un racconto così splatter come quello “delizioso” mi sembrava davvero incomprensibile. La la signora, forte dei suoi soldi, mi aveva detto che erano poesie, chiudendo lì il discorso. Recentemente anche ChatGPT da me interrogata su chi fosse Michele Monina mi ha risposto che era un poeta e narratore italiano. Quando le ho fatto notare che non sono un poeta mi ha detto che in realtà sono un poeta che non ha ancora pubblicato poesie, oh, magari hanno ragione loro. Tornando a Nori, io e lui abbiamo poi pubblicato in contemporanea per DeriveApprodi i nostri secondi libri, il suo “Basso tuba non c’è” e il mio “Questa volta il fuoco”, un romanzo decisamente politico che omaggiava nel titolo James Baldwin e il suo “La prossima volta, il fuoco”, Luigi Bernardi a fare da editor delle collane. Ricordo una strana presentazione fatta al Salone del libro, strana a rileggerla ora, nel maggio 1999, quando io, che stavo per pubblicare “aironfric” per Mondadori ero lì quasi in veste di guest star, mentre al mio fianco c’era un Gianpaolo Simi trattato da tutti come fosse poco più di uno sparring partner, anche dal presentatore, che era quel Emanuele Trevi poi vincitore dello Strega. Nori non c’era perché poche settimane prima era rimasto vittima di un incendio che lo aveva colto mentre era dentro la sua 2 Cavalli della Citroen, fatto che lo terrà in ospedale per oltre due mesi, come ha raccontato a Tintoria, e che ha infilato nel suo libro Grandi ustionati, uscito poi per Einaudi Stile Libero. Paolo Nori è stato credo il primo, dopo Alberto Arbasino a raccontare narrativamente tutto quel che gli capitava, a volte anche ripetendo gli stessi aneddoti in libri diversi, il personaggio di Learco Ferrari, mio padre si chiama Learco, essendo nato in quel 1936 che vedeva un Learco Guerra campione assoluto di ciclismo, come alter ego. Io sono finito nel suo libro Gli scarti, edito ai tempi da Feltrinelli e riuscito ora per Mondadori, nel quale racconta come io fossi uno scrittore con passati da DJ. Così dicevo ai tempi di quel reading a Bologna, e così era scritto nelle note biografiche del mio libro d’esordio. Dovevo pur dire di aver fatto qualcosa in quei primi ventotto anni della mia vita, e avendo fatto qualche programma in radio dire che ero un DJ mi sembrava una cosa carina. Vedere un maestro di autofiction a Tintoria prima di fare autofiction per raccontare il mio primo concerto di Bruce Springsteen a San Siro, in realtà primo in assoluto, mi è sembrato piuttosto coerente e filologicamente corretto.

Come mi sembra coerente e filologicamente godermi il concerto senza star lì a farne una cronaca, non l’ho fatta con concerti con assai meno implicazioni emotive e personali, e anche con temperature più umane, figuriamoci se cambio idea proprio oggi e con questo caldo.

San Siro è pieno zeppo, come raramente capita di vedere, e lo è in orari antelucani, si diceva un tempo, durando più di tre ore è stato specificato ovunque che il concerto inizierà alle venti in punto, forse qualche minuto prima, così da permettere poi a tutti di tornare a casa coi mezzi senza problemi. Io e Marina siamo arrivati qui giusti giusti per l’inizio, perché oggi è un giorno in mezzo alla settimana e mia moglie lavora. Abbiamo fatto giusto in tempo a farci un panino in uno dei baracchini fuori dallo stadio, tanto per non avere poi i crampi della fame. L’età media mi sembra decisamente alta, niente che possa farmi dire che sono presenti intere famiglie, dai nonni ai nipoti, come in genere si dice proprio ai concerti di Vasco. Faccio questo parallelismo perché San Siro è casa di entrambi, anche se Vasco qui ci ha suonato molte più volte, e perché i due sono anche quasi coetanei, l’uno nato nel 1949, l’altro nel 1952. Ecco, tutto si può dire del Boss tranne che sia un settantacinquenne, quasi settantaseienne, compie gli anni il 23 settembre, stesso giorno di Cristina Donà, per altro. Le tre ore di concerto di cui sopra sono tre ore piene, intense, rock, emotivamente sature, tra scariche di energie e rasoiate sentimentali. L’intesa con la band è ovviamente incredibile, e vorrei ben dire dopo tutti questi anni, e anche la tenuta del palco, seppure ogni tanto la voce cali, come anche la tenuta ritmica del suono. Avere dalla propria uno stadio pieno e entusiasta, partecipe anche delle pause, credo sia uno ottimo incentivo a spendersi fino all’ultima goccia di sudore, goccia di sudore reale, visto che il nostro canta in camicia, cravatta e gilet, ma penso che il fatto che lo stadio sia pieno sia più un effetto di questo spendersi, che la causa. Ecco, il concerto di Springsteen, questo lo posso dire sicuramente, è un atto collettivo, dove lui, Springsteen, e i suoi musicisti sono il detonatore di tutta una serie di sentimenti, la collettività mista all’effetto delle canzoni a fare da esplosivo. Brutta immagine, potrebbe dire qualcuno, quella della bomba, specie di questi tempi, ma mi sembrerebbe ipocrita dire che “sei una bomba” non suona efficace oggi come dieci anni fa. Le canzoni, ecco, le canzoni fanno ovviamente la differenza. Perché Springsteen ha un repertorio importante e immenso nel quale andare a pescare, per dire io e Marina ci eravamo detti di andarcene subito dopo Born to Run, secondo bis dopo Born in the USA, arrivati dopo la tripletta The Rising, Badlands e Thunder Road, a loro volta arrivati dopo la tripletta House of Thousand Guitars, eseguita da solo con la chitarra acustica, My City of Ruins e una potentissima Because the Night, la coralissima Wrecking Ball a fare da spartiacque, e già leggere questi titoli dovrebbe bastare a capire di cosa sto parlando, la partenza con My Love Will Not Let You Down e Prove it All Night già aveva più che abbondantemente messo le cose in chiaro. Una scaletta diversa da quella proposta il 30 giugno, perché quando si suona davvero dal vivo e non si necessità di video o altri artifici si può anche cambiare scaletta, il rock’n’roll funziona così. Funziona così soprattutto se hai le canzoni, Luca De Gennaro di Radio Capital direbbe “i pezzi”. E avere un repertorio importante e immenso e saperlo riattualizzare senza perdere mai un filo di personalità è un dono che solo pochi grandi artisti hanno in dotazione, Springsteen indubbiamente tra questi. Sentire Dancing in the Dark mentre ci stiamo dirigendo alla metro lilla a dare al tutto un effetto davvero suggestivo. Ma tutto lo show è suggestivo, con il Boss che scende a più riprese vicino alle transenne, abbraccia il pubblico mentre canta, condivide con loro il microfono, fa quello che si dice “un bagno di folla”, è tutto suggestivo e decisamente molto politico. I tanti intermezzi parlati, di cui si è discusso nei giorni scorsi, quelli volti a spiegare perché lui, Springsteen, sta portando in giro uno spettacolo che possa fungere da speranza e sogno per il futuro, visto l’abisso nel quale sprofonda l’oggi, il primo discorso, sottotitolato nei maxi schermi non a caso è prima della splendida Land of Hope and Dreams, tutti i discorsi hanno la finalità di prendere le distanze da Trump, di rivendicare, in qualche modo, lo spirito genuinamente inclusivo di parte degli americani, e di guardare a un futuro diverso da costruire assieme. Non a caso uno dei momenti più suggestivi è quando Bruce cita una frase di James Baldwin, quel James Baldwin lì, di “La prossima volta, il fuoco” di cui parlavo prima riguardo il mio primo romanzo, vedi tu le connessioni, questa frase: “In questo mondo non c’è tutto il senso di umanità che si vorrebbe esistesse, ma ce n’è abbastanza”. Ecco, io direi davvero che dovremmo tutti ripartire da qui. Grazie Bruce per avercelo ricordato con quello che non esito a definire uno dei più bei concerti che mi sia capitato di vedere in questi miei primi cinquantasei anni di vita, e dire che di concerti ne ho visti qualche migliaia.