Quando studi e sei appassionata di arte, qualsiasi arte, ti capiterà di imbatterti in qualche opera che non conoscevi, è normale non puoi conoscere tutto anche se vorresti, è però ancora più bello quando ti ci imbatti dal vivo, e hai modo di studiarla a contatto diretto.

A me è invece successa una cosa più bella ancora, l’ho scoperta entrandone a far parte.

Vi chiederete, in che modo? Attraverso l’opera performativa di Roman Ondak, artista slovacco.

A Londra sono stata al Tate Modern, famosissima galleria d’arte moderna internazionale, situata in questa meravigliosa ex centrale elettrica.

Lo ammetto, io ero lì soprattutto per vedere, finalmente dal vivo, “Maman”, l’opera di Louise Bourgeois, che dopo averla studiata sui libri, ritrovarla, così mastodontica davanti a me, ammetto mi abbia fatto parecchia impressione, ma oltre a quello mi sono imbattuta in una bellissima scoperta.

Entrati al Tate ti ritrovi una parete bianca tutta scritta, e delle persone che ti misurano e ti chiedono il nome, lo so, può sembrare strano, ma invece è un’opera, e ha un senso.

L’opera è “Measuring the Universe” di Roman Ondak, e la sua origine la ebbe nel 2007 a Monaco di Baviera, in un museo, in cui lui stesso stava lì all’entrata a segnare l’altezza, il nome e il giorno, in cui i visitatori passavano per di lì.

Un gesto rituale, che richiama la pratica che molti genitori compiono con i figli a casa, un modo per unire arte e vita quotidiana.

Ma anche molto di più, un modo per misurare a tutti gli effetti l’universo, misurare la marea di gente che alle mostre prende piede, facendogli lasciare un segno, materiale e immateriale.

Quel trattino rappresenta la collettività, la presa parte delle persone a un’opera d’arte, da passive ad attive, creando un’opera comune.

Quest’opera piacque tantissimo, piacque al punto che venne acclamata e poi resa parte integrante, in maniera permanente, di due musei tra i più famosi al mondo, il Tate di Londra, appunto, e il MoMa di New York.

Ecco quindi come Roman, con un gesto semplicissimo, ha misurato piccole parti del mondo, visitatori un po’ da tutto il globo che transitano di lì, tipo me, da Milano a Londra.

Ecco perché critico sempre chi non apprezza l’arte contemporanea, perché l’arte contemporanea è l’unica che ti spinge, quasi obbligandoti, al pensiero, se non cerchi di capire, rimani confuso, e nessuno vuole sentirsi confuso.

Io stessa dopo aver preso parte, lasciando il mio tratto (molto basso) su una parete bianca, non conoscendo l’opera, sono subito finita a interrogarmi, a cercare di capire e a scovare quest’artista e questa pratica.

Questo dovrebbe essere il senso dell’arte, curiosità, conoscenza, interesse.

Il Tate Modern ha un vastissimo allestimento di opere, veramente varie, da Man Ray, a Andy Warhol, da De Chirico, a Magritte, e andarci se si passa da Londra è d’obbligo.

E ora, che lo sapete, anche prendere parte alla performance di Ondak lo è, lasciare un segno indelebile in un tempio dell’arte, prendendo parte a una vera collettività artistica.

Ve lo consiglio.