La decisione del tribunale
Una lunga vicenda fatta di criptovalute, promesse di facili guadagni e frequentazioni nel mondo dello spettacolo si è chiusa nelle ultime. Il tribunale di Roma ha condannato a un anno di reclusione, con pena sospesa, il produttore cinematografico Giuseppe Milazzo, colpevole di aver truffato Gianna Orrù, madre di Valeria Marini.
La donna gli aveva affidato 335 mila euro, convinta che Milazzo fosse un esperto finanziario capace di far fruttare l’investimento.
La storia risale a febbraio 2020, quando Orrù presenta querela raccontando di essere stata convinta a versare 10 mila euro su una piattaforma di criptovalute attraverso due bonifici intestati a Milazzo, che avrebbe dovuto trasferire poi la somma a un terzo soggetto. L’operazione si ripete più volte, fino a raggiungere alla cifra di 335 mila euro.
Il rapporto tra Orrù e Milazzo nasce tramite Valeria Marini: il produttore l’aveva avvicinata per una possibile collaborazione televisiva. Da lì erano nati contatti frequenti anche con la madre, come la stessa attrice ha ricordato in aula: il tentativo di avviare un progetto professionale si era intrecciato con la proposta di investimenti presentati come sicuri e redditizi. Marini, spesso in viaggio in quel periodo, aveva appreso solo in seguito l’entità delle somme affidate da Orrù.
Quando la donna si accorge di non poter recuperare il denaro, sceglie di rivolgersi alla giustizia. Al processo emerge il quadro di un raggiro costruito con cura: negli atti si parla di una “messa in scena” in cui Milazzo avrebbe finto di essere un investitore autorizzato, in contatto con un presunto dirigente di una società cinese, arrivando persino a formalizzare contratti di investimento.
Le conseguenze psicologiche sulla vittima, racconta la figlia, sono state pesanti: “La truffa è come una violenza. Si sentiva umiliata”.




