Le parole di Alberto Trentini
«È stato tutto così improvviso. Inaspettato. Non sapevamo nulla della cattura di Maduro. Sono felice, ringrazio l’Italia. Ora posso fumare una sigaretta?».
Alberto Trentini arriva nella notte all’ambasciata d’Italia a Caracas insieme a Mario Burlò, l’altro cittadino italiano appena rilasciato dal governo venezuelano.
Entrambi stanno bene. Alberto è visibilmente emozionato: chiede subito di poter telefonare alla madre, poi si ritira in una stanza per parlare con la fidanzata, «per avere un po’ di privacy». Dopo mesi di silenzio, le due telefonate sono lunghe e intense. Sul suo volto c’è un sorriso pieno, quasi incredulo davanti alla libertà ritrovata. Ora desidera solo tornare vicino alla mamma e alla famiglia.
Racconta di non aver subito maltrattamenti e che, durante il trasferimento, non è stato incappucciato, come spesso accade ai detenuti scarcerati. Sono istanti di sollievo, di ritorno alla vita. La moglie del capo missione, attenta alla salute, invita Trentini e Burlò a uscire per fumare. Un agente della sicurezza porge loro un pacchetto di sigarette. Finalmente liberi, respirano l’aria aperta con un senso di felicità palpabile. Mangiano qualcosa, poi vanno a dormire, stremati. Trentini, ancora una volta, ribadisce il suo unico desiderio: stare il più vicino possibile alla madre e ai suoi cari.
«Il risultato di un’azione di tutte le istituzioni, non solo della diplomazia, e anche di una forte pressione politica», sottolinea l’ambasciatore d’Italia in Venezuela, Giovanni Umberto De Vito. Ricorda la sua ultima visita in carcere, il 27 novembre: «Oggi l’ho trovato che stava bene. Però non avevano informazioni di quello che stava succedendo in Venezuela, non sapevano dei cambiamenti in corso nel paese dal 3 febbraio».
Torneranno subito in Italia? Alla domanda, l’ambasciatore risponde: «Siamo in attesa di un volo di Stato, disposto dalla Presidenza del Consiglio. Tenga conto che far arrivare un volo di Stato qui non è facile. Stiamo lavorando in queste ore per avere tutte le autorizzazioni necessarie, ma siamo fiduciosi che ce le daranno. Io sono qua da due anni e tre mesi e non c’era mai stata una collaborazione di questo genere con il governo del Venezuela. Mi sono scontrato contro dei muri per mesi e qualcosa, oggettivamente, è cambiato dall’inizio dell’anno. Sono stati molto molto collaborativi, ma non posso dare dettagli».
La liberazione è avvenuta tra le 23 e l’una di notte. Prima di lasciare il carcere di massima sicurezza Rodeo I, a circa un’ora da Caracas, i due italiani sono stati fatti cambiare e rasati. Trentini indossava una maglietta rossa della Nike. Subito dopo sono stati condotti in ambasciata. «Sono arrivati qui un po’ disorientati ma felici, molto felici. Veramente sollevati e grati all’Italia che non li ha mai lasciati soli. Mia moglie ha prestato il suo cellulare ad Alberto, perché il suo glielo hanno trattenuto, mentre Burlò aveva il suo», racconta De Vito. «Francamente non lo so se nella camera hanno fatto altre telefonate con la famiglia. Quello che posso dire è che l’avvocato di Trentini mi ha pregato di non fargli fare interviste o fargli rilasciare dichiarazioni fino a che non sarà in Italia».




