Il campione si racconta

Alberto Tomba, nella sua autobiografia Lo slalom più lungo, sorprende fin dalle prime pagine. Ne parla in un’intervista di oggi a Corriere della Sera.

«Ero, e sono, molto diverso da come mi avete descritto. Ho sempre odiato quando mi chiamavano sbruffone. Detestavo essere definito guascone».

Non c’è solo lo sportivo ma un uomo anche timido, spontaneo, genuino. Persino i suoi comportamenti più eccentrici avevano un motivo: come quella volta che salì sullo skilift al contrario, “per non dare le spalle ai tifosi che mi acclamavano”. Finì per cadere, ma il gesto rimase nella storia.

Tomba amava la gente e la folla lo adorava. «I miei più grandi fan sono ancora oggi i miei più grandi amici», racconta ricordando Enza, che pianse quando si ruppe la clavicola, o Loris, l’inventore di Tombaland. E poi la storia del podio girato ad Adelboden, nel 1995, quando vinse il gigante davanti a Kosir: il pubblico cantava “Giraci il podio, Alberto!”, e lui, aiutato dallo stesso avversario, lo voltò verso la gente.

Il legame con i tifosi era autentico, fatto di salumi e piadine portati da Castel dei Britti e Sestola, di ritrovi periodici con il suo “giro stretto”. «Mi piaceva far divertire la gente. Farla sorridere era la mia vittoria segreta».

Nonostante la fama, Tomba ha sempre difeso la sua serietà di atleta. «Mi allenavo come un matto. Passavo le estati sui ghiacciai a tremila metri, tra Ande, Argentina e Cile. Sveglia all’alba, trenta gradi sotto zero, vento in faccia. Mi piaceva». E quando si diceva che fosse un amante della notte, lui ribatte: «Frottole».

Per lui guidare era una necessità: non si fidava di nessuno al volante. «Da passeggero non avrei riposato comunque. Meglio guidare io». Così attraversava mezza Europa, tra le valli alpine, e poi scendeva in pista con la solita fame di vittoria.

La sua carriera è segnata da episodi diventati mito: il panettone mangiato tra le due manche del gigante olimpico di Calgary 1988 («Lo so, qualsiasi allenatore lo proibirebbe, ma io ero fatto così»), le vittorie mozzafiato, le rimontate impossibili, come quella di Lillehammer 1994, da dodicesimo a secondo posto.

«In gara mi esaltavo. La tv non rende la pendenza: è come buttarsi in un burrone. Al cancelletto il cuore batteva, ma era lì che davo il meglio».

Con Gustavo Thoeni formava una coppia perfetta. «Io non ero così diverso da lui. Lui silenzioso, io no, ma ci completavamo. Filmavamo gli allenamenti, studiavamo i video insieme, fino all’ultimo dettaglio».

Anche l’amicizia con Deborah Compagnoni nasce da questa affinità tra campioni: dopo il suo infortunio ad Albertville 1992, Tomba la chiamò per consolarla. «Le dissi: dobbiamo festeggiare. Dimentichi che io e te abbiamo vinto due medaglie d’oro olimpiche».

Albertville, appunto: il luogo dove Tomba scrisse la leggenda, diventando il primo sciatore a vincere due ori consecutivi nella stessa specialità. «Dopo il traguardo mi inginocchiai, presi la neve con le mani nude, mi lavai la faccia. Una magnifica sensazione di libertà. Albertville: la città di Alberto».

Negli anni Ottanta lo sci diventò spettacolo. «Era un periodo bello: gli italiani stavano bene. Lo sci era cupo, triste; lo abbiamo reso popolare. Scommettevano nei bar, e sulla Gazzetta finivamo in prima pagina, sopra al calcio».

Con ironia e leggerezza, Tomba inventò anche le sue “rime della vittoria”: «Sono Alberto, se non vinco non mi diverto… La quinta è già vinta, la sesta è una festa…».

Dietro al mito, però, c’era anche la fatica della notorietà. «La macchina della fama non ti lascia respiro. Alla prima caduta diventavo “Alberto Tombola”. I francesi scrivevano: Tomba est tombé. Smettere è stato difficile, ma ho scelto il momento giusto: dopo la mia cinquantesima vittoria».

Poi parla anche della storia d’amore con Martina Colonari: «Ero giurato a Miss Italia. Vinse lei, a mani basse. Era bellissima, e fu una storia bellissima. Non aveva ancora la patente, la andavo a prendere a scuola… È durata quattro anni. Troppa pressione mediatica. Sempre i riflettori addosso. Mai un poco di privacy. Io ero sempre in giro, lei aveva avuto successo nel suo mestiere. Ci vedevamo poco».

Oggi vive tra le sue passioni — la montagna, lo sci alpinismo, il vino e l’olio «che non vendo, solo per gli amici». Guarda con ammirazione a Sofia Goggia e Federica Brignone: «Due tigri, combattenti straordinarie».

Ph. Credit: Courtesy of Davide Masotti