Il ricordo di uno dei figli del compianto campione

Filippo Pietrangeli racconta che parlare di suo padre è «difficile, ma allo stesso tempo facile». Nelle ore del lutto, ammette, tornare ai ricordi offre un sollievo fragile ma prezioso, quasi un viaggio nel tempo.

Di Nicola Pietrangeli padre dice che, nonostante la fama, fosse «un papà come gli altri»: affettuoso, presente a modo suo, attento a non far mancare nulla ai figli. Una figura imponente, certo, ma in senso positivo, capace di farli crescere dentro un mondo diverso da quello dei loro coetanei. Durante gli anni dei viaggi continui prima da giocatore, poi da capitano di Davis, era spesso lontano; quando però si stabilì a Roma, iniziarono davvero a condividere insieme passioni e momenti di quotidianità.

Curiosamente, non fu il tennis a unirli: i figli scelsero sport differenti — equitazione, football americano, surf — senza nessuna ribellione, perché, dice Filippo, «ci ha sempre lasciati liberi». Al contrario, una delle attività che li avvicinava era il calcio: giocavano insieme nella squadra della Canottieri Roma, partecipando al Caravella e persino a partite contro il Principato di Monaco grazie ai rapporti di amicizia di Nicola.

Filippo ricorda con affetto anche gli scherzi, come la celebre burla organizzata per Scherzi a parte, in cui lui e il fratello simulavano falli inesistenti per far arrabbiare il padre in campo.

Non avendo assistito ai grandi trionfi del padre — era nato dopo i successi al Roland Garros —, uno dei primi ricordi tennistici che conserva è la finale degli Assoluti del 1970 contro Adriano Panatta. Panatta, racconta, era una presenza abituale in casa: tra lui e Nicola c’era un rapporto giocoso, «fatto di gag continue».

Del periodo turbolento della finale di Coppa Davis 1976 ricorda invece soprattutto il clima teso: lui e i fratelli notavano la presenza costante delle forze dell’ordine sotto casa. Solo anni dopo seppero delle minacce ricevute dal padre.

Nel mondo del tennis che frequentavano fin da bambini, Filippo conserva immagini vivide: un pranzo a Parigi con Manolo Santana, la consegna della Racchetta d’Oro a Rod Laver, gli incontri con McEnroe, Federer, Djokovic, Nadal. E poi l’affetto di Lea Pericoli, «la zia Lea», la cui scomparsa lo colpì profondamente.

La vita professionale, infine, lo ha portato dentro il tennis dal 1999, con l’ingresso nell’organizzazione degli Internazionali. Gli anni recenti sono stati quelli della maggiore vicinanza al padre: lo accompagnava spesso nelle trasferte, un privilegio che oggi sente come un dono. Era con lui anche a Malaga nel 2023, quando l’Italia tornò a vincere la Davis dopo 47 anni: Nicola, racconta, era «strafelice».

La vita però, negli ultimi tempi, è stata segnata da dolori profondi: in appena un anno e mezzo Filippo ha perso madre, fratello e padre.

E quando gli viene chiesto dell’assenza di un messaggio pubblico da parte di Jannik Sinner, si limita a chiudere l’argomento con un «preferirei non rispondere».