Il racconto di una paziente
«Metta pure il mio nome, quello che racconto è tutto vero». Cristina Fergonzi, 62 anni, racconta a Corriere della Sera ciò che ha vissuto nei giorni scorsi al terzo piano del padiglione Iceberg dell’ospedale San Raffaele, finito al centro del caos che ha portato alle dimissioni dell’amministratore Francesco Galli e alla nomina di Marco Centenari.
È stata lei stessa a denunciare tutto all’Ufficio relazioni con il pubblico.
Cristina frequenta l’ospedale da tempo. «Sì, a causa di un tumore sono seguita ottimamente dal reparto di oncologia. Mi sono sempre trovata bene con tutto il personale sanitario». Proprio per questo, il contrasto con ciò che è accaduto all’Iceberg le è apparso ancora più netto.
«Tutto inizia il 2 dicembre. Mi è salita la febbre a 39 e sono corsa in ospedale per via di una colangite, pericolosa per il mio quadro clinico». Passa due giorni in pronto soccorso, «comunque ben monitorata», poi il 4 dicembre viene operata e rimandata temporaneamente in pronto soccorso. «Per evitare virus e batteri ho tenuto sempre la mascherina Ffp2. Poi mi hanno trasferita all’Admission room».
Un reparto gestito dalla cooperativa di infermieri. «Alle 6 di sera mi ha accolto un medico dicendo che a breve sarebbe passata un’infermiera per la terapia. Ma sono trascorse ore e non si è visto nessuno». Alle 9, racconta, nota due infermieri «nel panico»: «Ho provato ad avvicinarmi ma mi hanno risposto: “Non possiamo, siamo occupati”». Solo a mezzanotte, dopo ripetute richieste, le viene somministrata la terapia. «Alle 11 ho insistito… finalmente a mezzanotte mi hanno dato il farmaco».
Il giorno dopo viene trasferita nella Medicina ad alta intensità, anch’essa in tilt. «C’era il delirio, visto che era gestito dal personale della coop: carrelli nel caos, terapie date alle 11 del mattino. Si sono scordati il mio antibiotico almeno un paio di volte». A un certo punto un infermiere le chiede di usare un farmaco della sua scorta personale: «Un prodotto comunissimo per l’ipertensione. Secondo me, semplicemente non lo trovava».
I disservizi continuano. «Si sono dimenticati di farmi gli esami del sangue. Il 6 dicembre mi sono sentita male, avevo una nausea fortissima. Ho suonato il campanello e ho avuto risposta solo dopo mezz’ora. Il medico è arrivato dopo due ore e mezzo». È lui ad accorgersi che non erano stati eseguiti gli esami. «Mi hanno fatto il prelievo a mezzogiorno e poi a mezzanotte: credo che avessero perso alcune provette».
La paziente parla di ore difficili: «Io ero nel panico, anche se non ero tra i pazienti in condizioni più critiche». In reparto vede anche una donna di 97 anni caduta a terra: «Ho chiamato qualcuno per aiutarla a tornare a letto». Intanto sente gli operatori della cooperativa parlare tra loro: «Dicevano di non essere stati adeguatamente formati». La situazione, racconta, precipita al punto che «i medici si sono messi a fare il lavoro degli infermieri». Solo con l’arrivo del personale dipendente dell’ospedale «la situazione è cambiata: era arrivata la “cavalleria”».
Cristina decide allora di segnalare tutto. «Mia nipote ha mandato una mail all’Ufficio relazioni con il pubblico, allegando alcune foto che ho scattato in reparto, per far vedere il caos che regnava nei carrelli infermieristici».
Dopo quei giorni difficili, viene trasferita altrove. «Sì, sono stata portata nel reparto di oncologia, dove mi trovo ancora oggi e che funziona perfettamente. Una volta arrivata qua, mi è sembrato di essere in albergo». E conclude: «Il mio reclamo non è contro il personale, ma contro la cattiva gestione».




