Quando ero piccolo ricordo che si diceva: “prima di aprire la bocca conta fino a dieci”. Era un modo perentorio ma anche pragmatico per suggerire di temporeggiare prima di esporsi con un proprio pensiero, evidentemente ritenuto non sempre lucidissimo, specie quando spinto dall’impulsività più che dal ragionamento. O forse era solo una sciocchezza che, seppur detta con tono perentorio e pragmatico, sempre sciocchezza rimaneva, come la faccenda del “se non te lo ricordi si vede che non era importante”, vaglielo a dire tu ai professori che ti avevano fatto una domanda cui non sapevi rispondere che era perché non era importante quella data o quel determinato fatto.
In tempi frammentari e iperveloci come questo prendersi tempo per ragionare sembra essere quasi impossibile, succede qualcosa e tocca subito dire la propria a riguardo, prendere una posizione polarizzata, o bianco o nero, magari, al limite, cambiando poi idea in corso d’opera.
Per chi fa il mio mestiere, che è quello di scrivere e quindi di parlare, prendersi tempo potrebbe addirittura diventare mortale, esci troppo tardi riguardo qualche avvenimento e non stai nel trend o nel thread. Però gli editoriali, chiamiamoli così, pretendono un tempo di metabolizzazione, quindi a volte è meglio aspettare e dire qualcosa che non sia essere parte del coro, ma degno di nota e comunque dotato di una propria personalità. Anche perché, questo è soprattutto valido per le recensioni, attività che non pratico da tempo, non uscire in contemporanea con tutto il mondo emerso non può che essere un vantaggio, il famoso “mi si nota di più se non vengo” di nannimorettiana memoria, in questo caso se vengo in ritardo.
Dico questo perché oggi parlerò del Premio Strega, con colpevole ma voluto ritardo. E ovviamente non lo farò seguendo la cronaca, quella già raccontata e addirittura archiviata.
Parto da una via laterale, poco battuta. Stefano Rapone, parte del duo che conduce Tintoria Podcast, insieme al titolare Daniele Tinti, e comico attivo sia al Gialappa’s Show che su In & Out sull’8, ha pubblicato un libro che si sarebbe dovuto intitolare “Il libro vincitore del premio Strega”. L’editore, Rizzoli Lizzard, non se l’è sentita, così il libro ha per titolo “Racconti scritti da donne nude” e, ironia della sorte, è finito nella prima tornata di libri in lizza per il Premio Strega, esattamente un mese fa oggi andato invece a Andrea Bajani. Per finire in lizza al Premio Strega tocca che uno degli Amici della Domenica, uno strano coacervo di addetti ai lavori, si parla di editoria, scrittori, giornalisti, critici e quant’altro, ti presenti. Basta una singola persona, nel caso di Rapone Beppe Cottafavi, e il gioco è fatto. Poi per finire nella decina, da anni una dozzina, che si gioca la semifinale tocca che sempre gli Amici della Domenica sostengano la presentazione dell’Amico della Domenica che ti ha presentato. E così anche una volta entrato nella cinquina finalista. Da che mondo dell’editoria è mondo dell’editoria tutti questi passaggi sono oggetto di forti pressioni. Gli editori chiedono ai loro autori e a coloro che rientrano nel loro cerchio di influenze prima di presentare il libro su cui puntano, poi di votarlo, in una vera e propria “campagna acquisti di voti”. C’è anche una sorta di gentleman agreement per cui gli editori o i gruppi editoriali tendono a vincere alternatamente con gli altri editori e gruppi editoriali, o almeno così è stato per anni, diciamo finché è stata in vita Anna Maria Rimoaldi, gran dama della Fondazione Bellonci, quindi succeduta a Maria Bellonci. Poi, è storia, la Mondadori, intesa come gruppo editoriale, non ha più mantenuto valida la regola del fair pla, quindi niente palla fuori mentre l’avversario è steso a terra, e di lì un po’ il caos generale. Non fosse che mentre il Premio Strega ha un peso importante sulle vendite di chi vince e anche di chi arriva in finale, e parliamo comunque di un mercato come quello del libro in grande affanno, mentre le Targhe Tenco non spostano uno stream a chi vince, sarebbe quasi da fare un parallelo, Amilcare Rambaldi come la Bellonci, Enrico De Angelis come la Rimoaldi, e poi il caos, la Giuria dei votanti talmente piena di passanti e di gente a cui non si dovrebbe far scegliere neanche la musica da ascoltare in auto per un tragitto anche molto breve esattamente composta con la medesima modalità con la quale si è andata formando la lista degli Amici della Domenica, vai avanti tu che mi viene da ridere. Uffici stampa che provano a estorcere voti, lo fanno anche con me che non sono più uno dei giurati delle Targhe Tenco, e quanto allo Straga, è ormai una gag classica il post di Marco Drago, scrittore che ogni anno specifica di non essere il Marco Drago Amico della Domenica, implorando editori e uffici stampa di non continuare a chiedergli voti per i loro libri. La compravendita delle vacche, e questo tenendo fuori, appunto, gli amichettismi, il favorire tizio o caio solo perché è tuo compaesano, perché ti sta simpatico, perché poi ci lavori assieme a qualcosa.
E un po’ come alle Targhe Tenco tanti anni fa mi premurai di proporre di candidare i Dear Jack, per altro da contrapporre a un “tenchiano doc” come Brunori SaS, era l’anno in cui il nostro sarebbe approdato in cinquina con il suo Il cammino di Santiago in taxi, salvo poi vedere vincere Caparezza con Museica, per altro quest’anno a Sanremo Dario Brunoni ha confessato che ai tempi avevo ragione io, anche se proprio ai tempi quel mio pezzo, uscito per il Fatto Quotidiano provocò una lunga scia di polemiche, con me e Brunori a duellare a distanza, quest’anno Fulvio Abbate si è proposto di candidare l’ultimo romanzo di Fabio Volo, e dico “l’ultimo romanzo di Fabio Volo” senza citarne il titolo per sottolineare come editorialmente i libri di Fabio Volo continuino a funzionare proprio in quanto libri di Fabio Volo, motivo per cui per altro Fulvio Abbate, ricordiamo il solo scrittore a aver preso mai parte a un reality, il Grande Fratello Vip, lo voleva candidare, anche per far impattare in partenza il mercato col Premio Strega, un premio che deve il suo nome a un liquore, il famoso amaro giallo di Benevento, questo prima che Fabio Volo rifiutasse la candidatura, non per mancanza di rispetto nei confronti di suddetto premio, ha detto, quanto piuttosto perché lui e il Premio Strega hanno due storie completamente diverse, fatto per altro che non fa una piega.
Quindi niente Dear Jack alle Targhe Tenco, anche se il regolamento lì lo prevederebbe, chiunque sia in giuria può votare un disco, purché uscito nei tempi previsti, io mi sono fatto togliere da quella infausta lista anche per quella faccenda degli amichettismi che mai come negli ultimi anni è palese da quelle parti, proprio recentemente il presidente del Premio Tenco, Stefano Senardi, intervenendo sotto un mio commento a un post del collega Enzo Gentile riguardo le Targhe Tenco ha detto che farà di tutto per azzerare la giuria e risanarla, fosse vero, e niente Fabio Volo tra i candidati al Premio Strega, dove invece si è trovato Stefano Rapone con un libro che si sarebbe dovuto intitolare proprio “Il libro che ha vinto il Premio Strega”, libro che non è approdato nella alla dozzina dei semifinalisti né alla cinquina dei finalisti, dove Andrea Bajani ha vinto in maniera piuttosto telefonata per Feltrinelli col suo L’anniversario, dopo le polemichette per l’esclusione dalla dozzina di nomi considerati praticamente certi come Nicoletta Verna, col suo best seller I giorni di vetro, edito da Einaudi, Pier Paolo Di Mino con Lo Splendore per Laurana, e tutti ricordiamo come Laurana avrebbe meritato il Premio Strega con Le ferrovie di Gian Marco Griffi nel 2023, ma tra chi ci si aspettava entrasse quest’anno potremmo indicare anche Angelo Ferracuti per Mondadori, certo, c’era Paolo Nori, o l’ex ministro alla Cultura Dario Franceschini per La Nave di Teseo, forse anche Michele Masneri che per Adelphi ha pubblicato il delizioso Paradiso. Polemichetta per polemichetta, proprio a ridosso della finale, ormai archiviata il 3 luglio, non è di questo che si parla qui, il ministro alla cultura Alessandro Giuli ha deciso di disertare Villa Giulia, perché piccato di non aver ricevuto il pacco con i libri, pacco che forse non è stato mandato perché dopo la famosa gaffe dell’ex ministro Sangiuliano, che rispose malamente a Geppi Cucciari ammettendo di non aver letto i libri che però aveva votato, da quelle parti si sarà pensato che tanto valeva neanche mandarglieli, o forse perché mai come oggi la cultura cultura, sempre che il Premio Strega abbia a che fare con la cultura cultura, vuole tenere le distanze da un governo di centro destra, vallo sapere.
Potrei ora buttarla anche io sull’amichettismo, o meglio, sul parentismo, sottolineando come Andrea Bajani, quest’anno, come in precedenza era capitato anche con Mario Desiati, per non dire dei tanti e tantissimi entrati negli ultimi venticinque anni in cinquina, ha avuto come nave scuola la PeQuod, casa editrice che ha per titolare quel Marco Monina che è poi mio fratello, sì, quello che qui vi raccontavo è praticamente identico a J-Ax quando si fa crescere la barba https://361magazine.com/storie-di-doppi-e-quadrupli-j-ax-e-mio-fratello/, ma in realtà a me interessa più l’idea di Stefano Rapone, che a mia volta ricordo è stato con Daniele Tinti ospite a pranzo da me a Sanremo, in una diretta dal Villaggio del Festival, una specie di puntata di Tintoria fuori porta, dove io da padrone di casa sono presto diventato ospitato, la potete vedere qui https://www.youtube.com/watch?v=Z52ReeyQdMc&t=28s.
Adoro il situazionismo, quindi avrei amato alla follia vedere le facce imbarazzate dei notabili seduti a tavola al Ninfeo di Villa Giulia, a Roma, mentre Fabio Volo si scolava la bottiglia di Strega, ma ho amato altrettanto vedere Stefano Rapone sempre in quel contesto, perché non c’è niente di meno ironico del mondo dell’editoria, basti pensare alla recente querelle, recente seppur partita da una lamentazione di Grazia Varesani di aprile, riguardo l’inutilità o meno delle presentazioni dei libri. O quella ancora più pelosa riguardo la Scuola Holden di Alessandro Baricco, mai sentito qualcuno lamentarsi delle rette dello Iulm o della Bocconi, faccio due nomi a caso, anche perché non è che sia proprio obbligatorio iscriversi, e pensare che si diventi scrittori solo perché si frequenta una scuola, seppur d’alto profilo, di scrittura è quantomeno naif, non che non serva studiare per imparare a scrivere, ma bastasse solo questo avremmo migliaia di bravi scrittori usciti dalla Holden in circolazione.
Questo, per, unito a tutto quanto su detto sia riguardo alle dinamiche non proprio cristalline del Premio Strega, come a quelle altrettanto torbide delle Targhe Tenco, mi spinge a dire che forse sarebbe il caso di pensare, per il 2026, a un’operazione situazionista un po’ più programmatica. Qualcosa che non sia un semplice buttarla lì, ma una manovra strategica con tanto di tappe di avvicinamento, di strategie di marketing, volendo anche di promozione mirata. Sì, l’anno prossimo toccherebbe pensare a un libro e un album legati tra loro, da proporre a entrambe quelle situazioni, penso a quel che l’anno scorso ha fatto proprio quel Piotta finito al centro dello scandalo che ha colpito le Targhe Tenco, lui escluso in maniera ridicola dalla categoria Miglior album in dialetto, non fatemi rimestare nei liquami corporali che la puzza è puzza anche a distanza di tempo, col suo meraviglioso ‘Na Notte Infame, album legato a doppio filo al libro Corso Trieste, edito da La Nave di Tesero, memoir che in quanto memoir avrebbe dovuto ambire proprio al Premio Strega, quale è il genere dominante di questi nostri tempi martoriati se non il memoir e l’autofiction? Quindi un romanzo, magari proprio un altro memoir, legato a un disco, ma legato proprio nel senso di pubblicato come un unico oggetto col disco, l’uno da proporre da qualche Amico della Domenica dotato di senso del situazionismo al Premio Strega, magari lo stesso Fulvio Abbate, l’altro da proporre per le Targhe Tenco, per poi vedere come va a finire. Probabilmente non arriveranno vittorie impensabili fuori dai giri giusti, ma già farsi i selfie sopra le assi del palco dell’Ariston di Sanremo, o seduti a un tavolo del Ninfeo di Villa Giulia, a Roma, sarebbe la giusta esplosione di quello spirito dada che dovrebbe in fondo animare chiunque oggi voglia prendere sul serio la cultura. E poi, non si sa mai, nel caso di vittoria, sarebbe il primo disco a aver vinto il Premio Strega e il primo libro a aver vinto una Targa Tenco. Buttalo via…




