Ci siamo abituati all’idea che la vita dei personaggi famosi sia fatta solo di successi e aspetti estremamente gradevoli, dovuti sì al successo, ma anche a quella ricchezza che spesso l’essere di successo porta con sé. Certo, ci sono i drama d’amore, ma vuoi mettere con il doversi alzare tutte le mattine presto, l’avere un capo scemo che ti dice cosa devi fare senza sapere esattamente di cosa sta parlando, le bollette, il mutuo e tutte quelle faccende lì? Uno i drama d’amore se li fa pure andar bene, anche perché, siamo sempre lì, basterebbe provare a non correre dietro solo a certi aspetti effimeri e uno volendo pur nel successo e la ricchezza potrebbe costruire un rapporto solido, ma lasciamo perdere…
poi però ci sono i burnout, quei crolli clamorosi, clamorosi se arrivano a quelli di successo, sia chiaro, quando capita a un povero Cristo nessuno se lo fila, e la faccenda si dispone su due file ordinate, da una parte chi invoca clemenza, chiede che chiunque, anche il tizio famoso, possa vivere la sua vita secondo ritmi umani, senza troppe pressioni, senza cadere cioè vittima di una performatività che è impraticabile per chicchessia, specie se molto giovane, dall’altra i più, quelli che fanno il tifo per la caduta, che gioiscono per la crisi e vogliono solo vedere il sangue del malcapitato, subito e ben in vista. Qui in genere si usa un verbo che, da uomo che ha deciso di dedicare la propria vita alle parole, mi toglie la voglia di vivere, rosicare. La gente odia chi ha successo perché rosica, questo si dice. E siccome rosica è lì a attaccare violentemente chi è caduto, impietosamente, anzi, col gusto tipico che si prova quando si vede qualcuno che si invidia finalmente a mangiare la polvere, a volte addirittura la merda. Esiste anche una terza parte, è chiaro, forse anche una quarta, dove quest’ultima è rappresentata da chi se ne frega e non direbbe la sua su faccende considerate futili come le crisi dei ricchi e famosi, la terza via di chi prova a dare spiegazioni a metà strada tra il sociologico, con punte accese di antropologia culturale, e addirittura medico, tutti psichiatri o quantomeno psicologi, specie su certi social.
E siccome la contemporaneità è fatta di onde, a volte veri e propri tsunami, si sa, a volte onde alte e lunghe, come quelle della famosa vasca di Aquafan, un campanello simile a un forte buzz a dirci che sta per arrivare, cosa che nella vita difficilmente capita, ahinoi, ecco che a ogni burnout si parla per qualche giorno, a volte qualche ora, del povero caduto, per poi passare oltre, solo qualche strascico sui social dovuto più che altro alla fanbase di turno, o a qualche post che ci aggiorni sullo stato delle cose. L’informazione, del resto, va così, anche quella legata a faccende che riguardino tutti noi, come le guerre. Si parla insistentemente di qualcosa, poi di colpo la qualcosa esce di scena, o finisce da quella che, quando ancora la carta veniva associata ai giornali, tempi passati, veniva chiamata prima pagina, e si parla d’altro. Esistono dei sistemi affinati e precisi, per questo, e non sto certo parlando di poteri forti o Illuminati, attenzione, ma di flusso, e di pratiche che spesso vengono applicate senza neanche sapere esattamente perché, giusto per seguire appunto quel flusso. Notizia scaccia notizia, come i chiodi, anche se spesso diciamo che i chiodi schiaccino i chiodi, poveri beoti, quindi non vuoi tirare fuori un bel fatto di cronaca nera, vedi Garlasco, oggi, per far passare in cavalleria certe manovre non edificanti di chi ci governa? Un politico minore che abbia commesso un qualche illecito, per dire, viene sbattuto in prima pagina, sempre per quella faccenda del sangue di cui si diceva prima, come il tizio che aveva augurato la morte alla figlia della premier, e per qualche ora non ci si deve preoccupare di scandali più seri, di tasse impreviste, di promesse non mantenute. Il tutto seguendo uno schema preciso, ripeto, non ordito da un potere forte, ma ormai processato in automatico, qualcuno parte, gli altri seguono, avanti così.
Oggi tutti parlano di “finti sold out”, per dire, questione che come ho sottolineando, certo flexando, denuncio da quasi dieci anni, giustamente riconosciuto in alcuni casi come esperto del caso, vedi l’inchiesta di Selvaggia Lucarelli. Di colpo quelli che erano stati a dire che Elodie aveva ottenuto un grande successo ne parlano come di un flop, con una disinvoltura che in altri campi chiameremmo senza difficoltà “avere la faccia come il culo”, arrivando poi al paradosso di sentire chi quei finti sold out ha messo in piedi prenderne le distanze, anzi, stigmatizzarli, lasciando il popolo bue smarrito e impossibilitato a capire come stiano veramente le cose. In tutto questo, poi lascio i finti sold out da parte, tutto un vociare di chi si sente truffato, di chi invece accusa la gente di hating, o, peggio, di addetti ai lavori che dicono la classica frase, la medesima che mi sento ripetere ogni volta apro un qualche vaso di Pandora, perché sì, di vasi Pandora ne aveva diversi e mi sono trovato in carriera a aprirne diversi, questa frasetta qui “eh, ma lo sapevamo già tutti”. Senza dover star poi a giustificarsi del non averne parlato a tempo debito, o addirittura di non aver ripreso la notizia finché la notizia, appunto, non è in qualche modo esplosa al punto da non essere più nascondibile sotto il tappeto.
Lo so, ho messo insieme un po’ di elementi. I Burnout di chi, sotto troppa pressione, sbrocca e cade. Gli atteggiamenti che questa caduta, pubblica, genera. Il modo in cui una notizia può o non può diventare notizia, il fatto che si parli di viralità rispetto anche all’informazione a dare al tutto un senso patologico. Toh, ci ho messo anche i finti sold out, che del resto sono la notizia del giorno, come Garlasco, e chi se ne frega che sta aumentando la benzina per la guerra in medio oriente e di conseguenza aumenteranno ulteriormente le bollette, la frutta e tutto il resto.
Tutto questo mio dire, in realtà, muoveva i passi da una immagine che mi è capitata sotto gli occhi, una immagine che però non vedo ha raccolto il suo carico di commenti, come invece sulla carta avrebbe meritato. C’è un ridanciano John Elkann, capo dell’impero un tempo noto come Fiat, che consegna una maglia della sua Juventus a un distratto Donald Trump, distratto dall’avere in mano un pallone, sappiamo tutti come un pallone sia in grado di far perdere la concentrazione all’uomo basico, non è da escludere che sia in quel momento che abbia deciso di dichiarare guerra all’Iran. La maglia, in realtà le maglie sono due, di fianco a Trump, alla sua destra, c’è anche il capo della Fifa, lo svizzero di origini chiaramente italiane Gianni Infantino, che stringe tra le mani una maglia nera, quella di riserva, la maglia, dicevo, porta sulla schiena il nome di Trump e sotto il numero 47. Chiaramente, non sono uno che pensa ci siano complotti o altro, ma su certi dettagli sono capacissimo di incartarmi, sono subito corso a cercare il perché, immaginando qualcosa degno di X Files, o di una nuova trilogia postuma di Robert Anton Wilson, finendo per scoprire miseramente che il 47 è semplicemente dovuto al fatto che Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti, e fa già ridere così. Con Elkann e Infantino, lì alla Casa Bianca, c’erano anche l’allenatore della Juventus, Igor Tudor, il Ceo Maurizio Scanavino, il general manager Damien Comolli, il direttore delle strategie Giorgio Chiellini e i giocatori, Weston McKennie, Timothy Weah, di passaporto americano, oltre che Manuel Locatelli, Federico Gatti, Teun Koopmeiners e Dusan Vlahovic. La presenza della Juventus e del suo entourage a Washington è dovuta alla partecipazione da parte della squadra italiana ai Mondiali per Club 2025, unica squadra italiana insieme all’Inter, mondiali che si svolgono appunto negli Stati Uniti. Sentire Trump chiedere a Elkann se le partite sono sold out, dopo quanto detto sopra, è surreale, sentirgli invece dire al Tycoon americano, che lì negli USA ci sono le migliori squadre al mondo, senza specificare che ci sono di passaggio, perché il calcio americano, come quello arabo, fa in realtà abbastanza cagare, è segno di quanto anche chi è potente avrà sempre sopra qualcuno più potente di lui, discorso che nel caso di Trump apre ovviamente il discorso verso quei poteri forti che giustamente sono rimasti fin qui fuori dall’uscio.
Ora, vedere le facce imbarazzate di Chiellini, di Tudor e dei calciatori della Juventus, lì a fare le foto con Trump, è qualcosa che da un certo punto di vista è impagabile, dall’altro ci attesta in maniera incontrovertibile quanto l’animo umano non possa mai ambire a una solidità vicina, che so?, a quella dell’adamantino degli artigli di Wolverine. Perché se da una parte è chiaro che vedere gente che è diventata ricchissima e famosa per dare calci a un pallone, uso le parole che direbbe l’uomo della strada, io credo che siano sempre soldi ben spesi quelli dati ai calciatori, ci fa sentire meno soli, e anche meno scemi, loro vivono nel successo e nell’agio e noi no, ma ogni tanto anche a loro tocca mangiare un bel piatto pieno fino all’orlo di merda. Dall’altra è pur vero che assistere a una scenetta non troppo diversa da quella che magari ci potrebbe capitare col nostro capufficio, dove però i protagonisti sono Elkann e i campioni della Juventus, beh, significa davvero che nessuno è salvo davvero, come Britney Spears che dopo aver venduto centinaia di milioni di album ora passa le giornate a fare balletti buffi sui social, sempre e solo in biancheria intima. Difficile stabilire se prendere atto che anche i ricchi piangono, per dirla con il titolo di una famosissima telenovela, sia poi questa gran notizia, e non piuttosto la constatazione amichevole che possiamo sempre provare a emanciparsi socialmente, puntare in alto e magari anche arrivarci, ma arriverà qualcuno più in alto di noi a farci sentire esattamente come eravamo al punto di partenza. E comunque no, amici miei, neanche le partite dei Mondiali per Club 2025 sono veri sold out, sembra di capire, nessuno si salva mai davvero.




