Non ho un buon rapporto col digitale terrestre. Per anni, diciamo da che è diventato obbligatorio avere l’antenna appositamente orientata verso i ripetitori del digitale terrestre, non ne ho potuto usufruire. Una faccenda buffa, anche quella, dove però non c’erano mie scelte a influire sugli avvenimenti. Abitavo in una stradina dove si trovava un solo numero civico, quello del palazzo a due piani nel quale abitavo. Intorno a noi tutti palazzi molto più alti, al punto che il nome della via faceva proprio riferimento a questo palazzo così piccolo. Per farla breve i palazzi alti intorno a noi ci impedivano di cogliere i segnali dal ripetitore, un antennista mi ha ripetuto allo sfinimento che il segnale sarebbe dovuto arrivare da Bergamo, come se la faccenda mi potesse in qualche modo interessare. Così ho dovuto abbonarmi a Sky, far piazzare una parabola sul tetto e tutto il resto, per altro senza la possibilità per buona parte di questa vicenda di vedere i programmi di Mediaset, in quegli anni Berlusconi aveva sbroccato credo per faccende legate al calcio con Murdoch, che di Sky era il padrone. Da che ho cambiato casa la faccenda è cambiata, al punto che dal periodo del Covid non ho più Sky, ma Now, che costa per un vecchio abbonato assai meno e non pretende la parabola, ora ho un balcone in più, in pratica. Tornando però al digitale terrestre, quando anni fa c’è stato l’ennesimo upgrade, credo ordito per fregare gli anziani, che poi sono il più degli spettatori della televisione generalista, oltre che il più della popolazione italiana, ho comprato una scatoletta nuova per la piccola tv che usiamo in cucina, mentre pranziamo e ceniamo, tv piazzata costantemente su La7, ma se anche noi volessimo cambiare canale non ci riusciremmo, perché, per ragioni che ovviamente mi sfuggono, lì prende solo quel canale. In sala, invece, la faccenda è ancora più buffa. Lì la tv è nuova e quindi il digitale terrestre si prende senza decoder esterni, ma i canali non sono ordinati numericamente, ma in ordine alfabetico, quindi i canali Rai sono tutti intorno al numero centosessanta, per dire, poi c’è una faccenda ancora più anomala: l’audio non è mai quello che dovrebbe essere. Mi spiego. Quando accendo la tv, sempre per andare su una delle varie piattaforme di streaming, l’apparecchio si sintonizza su un canale tv, di default. Immagino sia l’ultimo che è stato utilizzato, quindi immancabilmente quello dove ho visto una qualche partita gratuita di calcio. Bene, se in quel canale in quel preciso momento stanno trasmettendo una serie tv, che so?, NCIS, l’audio sarà in una lingua straniera. Mi capita quindi di accendere la tv e sentire parlare inglese, tedesco, francese, e chissà che altra lingua, senza una spiegazione razionale. Vado oltre, se invece di andare su una piattaforma, decido di guardare il digitale terrestre, perché appunto c’è una partita di calcio, a meno che non sia di quelle trasmesse su Prime Video, dove sento Piccinini e non ricordo chi commentare, sicuro come l’arrivo della varicella a giugno che mi dovrò guardare la partita senza nessun commento. Esatto, per motivi che ignoro le partite, sia quelle della Rai che quelle di Mediaset, il mio digitale terrestre me le fa vedere senza i commenti, quindi ascoltando i cori dello stadio. Visione interessante, perché da una parte pretende che se la partita è noiosa io cambi canale, provateci voi a guardare qualcosa di noioso senza neanche qualcuno che provi a convincervi del contrario, dall’altra mi regala uno spaccato di quel che avviene sugli spalti che altrimenti mi resterebbe sconosciuto, spaccato che quasi sempre mi convince che sì, quando decenni fa ho deciso non sarei mai più tornato allo stadio, dopo esserci andato praticamente tutte le domeniche nelle quali si giocava una partita, ho fatto la scelta giusta, giustissima, e che quel che succede negli spalti è esattamente la fotografia di quello che il calcio rappresenta in una determinata nazione, non tutti i tifosi sono infatti uguali. Mi è capitato di pensarci ieri sera, mentre distrattamente guardavo la Juventus fresca dell’imbarazzante incontro con Donald Trump battere per tre a uno una squadra che fosse stato solo per la televisione non avrei mai saputo riconoscere, lo Wydad AC, solo grazie a Google scoprirò che si tratta di quella squadra e che quella squadra è una squadra marocchina e che la partita l’ho appunto vista talmente tanto distrattamente da non essermi accorto che al quarto minuto di recupero c’è stato anche un quarto goal per la squadra di Torino, quattro a uno il risultato finale. Ecco, stando a quel che ho sentito guardando quella partita, non esattamente avvincente, i tifosi che seguono il Mondiale per Club 2025 sono tutti morti, o muti, o morti e muti. Perché di cori non se ne sono proprio sentiti, e ci sta, ma neanche di applausi o fischi, o altro. Il silenzio più totale, come se si stesse assistendo a una partita di tennis, o una roba del genere. Del resto, che il calcio sia qualcosa che interessa anche gli americani, dove per americani si intende gli statunitensi, come a volersi far assoggettare dalla dottrina MAGA, in Sud America il calcio è importante eccome, non credo che serva stia qui a fare disegnini o didascalie a riguardo, ecco, che il calcio sia qualcosa che interessa gli americani è una favoletta che ci stanno raccontando da qualche anno a questa parte, con i meschini fine carriera di certi calciatori in cerca di danari più che di altro, lì o in Arabia, questo il bivio, il tutto a ammantare di noia un torneo costruito con scelte discutibili, basti vedere alcune assenze e anche alcune presenze, con unici picco di interesse fin qui l’ennesimo tentativo riuscito da parte di Acerbi di farci dimenticare la sua storia di ex malato oncologico che poi si è ripreso e ce l’ha fatta, prima lo scazzo con Spalletti, della serie “io so’ io etc etc”, poi le minacce al tifoso del PSG che legittimamente lo perculava per le cinque pere prese in finale di Champions, risultato più netto nella storia di quel torneo, e soprattutto l’umiliazione subita in campo da Bradley Barcola, appena entrato in campo e già a metterlo a sedere con una semplice finta, il suo rispondere al tifoso “Io so’ matto e ti sfondo di botte” a dimostrare in maniera netta e precisa che puoi forse anche essere un campione di calcio, ma non c’è rinascita che tenga, se pensi di essere chissà chi solo per come giochi a pallone o sai fare qualsiasi altra cosa, sei e resterai uno che dalla vita non ha imparato proprio nulla, bene ha fatto Spalletti a lasciarti a casa, pur pagandone magari poi le conseguenze. Per il resto, invece, il grande nulla. Silenzio sugli spalti, noia in campo, la convinzione che si possa esportare democrazia e importare il gioco del calcio destinata a naufragare miseramente.

Che poi, a pensarci bene, è curioso che io sia partito parlando di come in casa mia il calcio sia quasi sempre privo di commento, di voce, non certo per mia scelta, e di come in certi casi la voce il calcio farebbe bene a non averla, sentire un quarantenne che è divenuto in qualche modo un idolo per il suo essere riuscito a rinascere dopo aver rischiato la vita dire a un tifoso che lo prendeva in giro che lo avrebbe sfondato di botte non è certo un bello spettacolo, sfido io a dire il contrario. E se dico curioso di un mio ragionamento non è per flexare o per sottolineare chissà cosa, ma proprio perché il ragionamento fatto intorno al calcio oggi, ragionamento partito dall’aver visto una scialba partita senza commento mi ha portato fin qui, non certo il voler raccontare una notizia o fare chissà quale editoriale.

Non è invece curioso, ma abbastanza agghiacciante, che nessun artista italiano, a eccezione di Piero Pelù, che se ne è giustamente lamentato sottolineando però come gli sia impossibile fare qualcosa a riguardo, non essendo proprietario di nessuno dei master dei suoi dischi, non saprei neanche dire quanti nel resto del mondo, abbia mandato a quel paese Daniele Ek e Spotify, invitando a fare altrettanto ai propri fan. Niente. Zero. Silenzio assoluto. Esattamente come accade la sera in casa mia, io sul divano a guardare partite prive di commento. Il fatto è che Daniel Ek ha investito qualcosa come seicento milioni di dollari attraverso la sua società Prima Materia in tecnologia bellica. La notizia, in realtà, è stata anche ripresa da un po’ tutti i media, quindi neanche la scusa di non esserne informati. Daniel Ek ha investito seicento milioni di dollari in Helsing, start-up anglo-tedesca che sta sviluppando droni per uso militare, sottomarini e aerei che utilizzino l’AI. Non esattamente qualcosa di edificante, quindi. E soprattutto non qualcosa che possa convivere agevolmente con proclami per fermare il genocidio in Palestina, o la guerra in Ucraina, o più in generale per poter far dire a chicchessia che la guerra è qualcosa di sbagliato, e sfido io a sostenere il contrario, a meno che non si sia Trump o uno dei tanti adepti al pensiero israeliano. Del resto Ek era già finito sotto i riflettori, di quel tipo di riflettori che mettono in evidenza certe storture, come il Luminol in grado di illuminare tracce di sangue invisibili a occhio nudo, per aver finanziato la campagna elettorale di Donald Trump e per aver organizzato un brunch in suo onore a ridosso delle elezioni, non bastasse di suo aver devastato la discografia imponendo la dittatura dell’algoritmo, avendo abbassato a dismisura la qualità di ascolto e quindi spingendo verso il basso le produzioni, per non dire di quanto la medesima AI sia in fondo al centro di inchieste che vedono Spotify impiegata in prima persona anche per sviluppare musica in assenza di uomini (salvo poi mettere al bando la musica sviluppata con l’AI da parte di terze parti). Insomma, che Daniel Ek sia personaggio discutibile è un fatto col quale chiunque abbia un minimo di buon senso dovrebbe fare i conti, ma che ora sia impegnato in prima persona per finanziare il mercato bellico è qualcosa che dovrebbe far alzare la voce a buona parte degli artisti, che invece, come i commentatori dentro la mia televisione, tacciono.

Io, per parte mia, Spotify non l’ho proprio mai usata. Per una questione etica, non mi va di usare una piattaforma che sfrutti gli artisti, sia quelli piccoli piccoli che quelli che comunque macinano numeri importanti, e perché non voglio rendermi complice di un sistema che ha virato verso l’abisso la produzione musicale. Quindi a chiunque mi mandi in ascolto qualcosa su Spotify rispondo sempre che “la mia religione mi impedisce di utilizzarlo”, e in effetti le cose stanno proprio così. Anzi, spesso mi risento con chi mi manda link, specie gente che non conosco di persona, dicendomi che mi leggono sempre e vorrebbero sapere cosa penso di un loro lavoro, perché chi mi legge non dico sempre, ma anche una volta ogni tanto, ben dovrebbe sapere di come io la pensi riguardo il colosso svedese in questione. Ma anche stavolta, a differenza dei commentatori dentro la mia televisione, direi che è il caso di far sentire la propria voce e dire che chi usa Spotify, in qualche modo, finanzia start up che lavorano nel settore bellico, e a questo punto tanto vale mangiarsi un Big Mac o bersi un frappuccino da Starbucks o finanziare una delle tante aziende che si macchiano di simili colpe. Oh, sia chiaro, la querelle Achille Lauro McDonald’s meritava tutto il nostro biasimo, ma qui la faccenda è più clamorosa, perché l’azienda che non viene indicata come contigua alla guerra e non viene boicottata o verso la quale non si invita a un boicottaggio di massa è strettamente legata alla musica, Spotify. Grande quindi Piero Pelù, come sempre coerente, per il resto viene quasi da piangere, dove il quasi sta lì per umana pietas. Poi voi fate come vi pare, ci mancherebbe altro, la coerenza non la si trova gratis in una qualche piattaforma, come l’intelligenza per certi calciatori è merce rara, ormai.