Le parole della giornalista in uscita con il suo nuovo libro
Con Nostra solitudine (libro edito da Mondadori), Daria Bignardi chiude la trilogia iniziata con Libri che mi hanno rovinato la vita e Ogni prigione è un’isola. Un racconto che intreccia viaggio, meditazione e reportage per esplorare il bisogno di connessione tra i viventi.
«In Amazzonia, tra caimani e tarantole, ho avvertito pienezza: volevo scrivere del bisogno di stare su una frequenza dove sentire la connessione tra i viventi», racconta. Il libro attraversa il Vietnam, la Cisgiordania, l’Ucraina e l’Uganda, fino a un ritorno intimo: «Mi sono decisa a ricostruire la storia della mia solitudine».
A Milano ha incontrato Wael Al-Dahdouh, giornalista di Al Jazeera che ha perso moglie e figli: «Non può permettersi di piangere. Incontri uno così e pensi: “Ma io ho diritto di pensare ai miei traumi?”».
Nel villaggio di At-Tuwani, in Cisgiordania, la solitudine è “vietata”: «La solitudine serve anche per ricaricarsi. Come un’onda: da un lato la soffriamo, dall’altro la desideriamo. Ho capito che, come dice Emily Dickinson, sono affezionata alla mia solitudine».
Il libro riflette anche sulla dimensione politica dell’emozione: «Le nostre emozioni non sono solo nostre: hanno a che fare con il capitalismo, la globalizzazione, il patriarcato».
Sul femminile: «Nonostante avessi letto tutta Virginia Woolf, quando ho avuto figli ho dimenticato tutto. In tante donne c’è una vocazione all’accudimento rischiosa». Ma osservando le ventenni di oggi, dice: «Sembra davvero che il patriarcato sia al capolinea».
La Bignardi parla anche della fine del matrimonio con Luca Sofri: «Il divorzio è una casa che crolla. Forse senza non sarei arrivata a fare i conti con la mia solitudine».
Infine, gli animali — compagni costanti del libro: «Con loro il contatto è immediato, con le persone è più complicato. In certi occhi animali si va subito all’incontro profondo».
