Il caso spiegato da Corriere

Il nuovo tassello nel complesso caso del delitto di Garlasco è la perizia genetica della consulente Denise Albani, relativa ai reperti raccolti all’epoca dell’omicidio di Chiara Poggi. Le conclusioni, però, più che fornire certezze hanno sollevato ulteriori dubbi, motivo per cui Fiorenza Sarzanini, vice direttrice del Corriere della Sera, ha ripercorso la vicenda a 18 anni dai fatti.

Secondo Sarzanini, la perizia non sembra destinata a cambiare radicalmente il quadro. I reperti genetici sono stati conservati in modo approssimativo: ad esempio, il Dna compatibile con quello di Andrea Sempio trovato sulle unghie di Chiara non può essere interpretato con sicurezza, perché non è chiaro neppure se si tratti di materiale sopra o sotto l’unghia, né a quale mano appartenesse. È un dettaglio decisivo: una contaminazione superficiale può essere compatibile con la frequentazione abituale della casa da parte di Sempio, mentre la presenza sotto l’unghia potrebbe suggerire una colluttazione. A complicare ulteriormente la situazione c’è il fatto che questi reperti oggi non esistono più; la perita ha potuto lavorare soltanto sulla documentazione dell’epoca.

L’incidente probatorio del 18 dicembre servirà dunque a “cristallizzare” ciò che resta delle prove, ma con limiti evidenti dovuti alle lacune delle indagini iniziali. E proprio questi errori rendono difficile attribuire pieno valore ai nuovi accertamenti scientifici.

Dal punto di vista processuale, la situazione è ancora più complessa perché per l’omicidio di Chiara Poggi c’è già un condannato definitivo: Alberto Stasi. Una condanna che, ricorda Sarzanini, è stata molto discussa sin dal principio. Oggi l’attenzione degli inquirenti si concentra su un possibile nuovo indagato, Andrea Sempio, ma per chiedere il rinvio a giudizio è necessario un quadro probatorio solido, non soltanto una somma di indizi più o meno suggestivi.

E gli indizi più rilevanti, secondo Sarzanini, non sono quelli genetici ma quelli investigativi: l’alibi smentito di Sempio, le telefonate a casa Poggi nei giorni precedenti il delitto nonostante sapesse che l’amico Marco fosse in vacanza, e le foto che lo ritraggono vicino alla villetta il giorno dell’omicidio. Elementi che indeboliscono la sua versione dei fatti ma che, da soli, non sembrano sufficienti a sostenere una condanna.

La giornalista ricorda inoltre che il contesto investigativo del 2007 era segnato da errori e sospetti di irregolarità, e che oggi bisogna muoversi con cautela per evitare di commettere nuovi errori dopo quelli già compiuti. Una cautela che vale ancor di più nei confronti della famiglia Poggi e della memoria della vittima, spesso travolta dal clamore mediatico, e dello stesso Stasi, che continua a dichiararsi innocente.

Le nuove tecniche investigative – come la ricostruzione 3D della scena del crimine – possono offrire qualche elemento in più, ma non possono sostituire reperti materiali ormai andati perduti. E anche le piste più marginali, come i pedinamenti del 2016 fatti svolgere dagli Stasi, hanno avuto il loro peso nel riaprire l’indagine, pur senza portare allora a risultati concreti.

L’incidente probatorio servirà quindi soprattutto a capire quali elementi, tra quelli oggi disponibili, potranno essere utilizzati in un eventuale nuovo processo. Ma, avverte Sarzanini, non bisogna aspettarsi necessariamente una svolta clamorosa: a 18 anni dal delitto, il rischio di alimentare solo speranze e paure è alto, mentre la verità giudiziaria resta fragile.

«Il dovere dell’informazione – conclude – è raccontare con chiarezza ciò che emerge, ma sempre con prudenza, per rispetto della famiglia della vittima, degli indagati e di chi attende giustizia».