Bracciante agricolo morto, il datore di lavoro era già indagato per caporalato

Bracciante agricolo morto a Latina, disposta l'autopsia

Bracciante agricolo morto, il datore di lavoro era già indagato per caporalato in passato

Il datore di lavoro di Satnam Singh, il bracciante indiano morto dopo aver perso il braccio in un incidente sul lavoro, è indagato da cinque anni per caporalato.

Renzo Lovato, titolare dell’azienda agricola dove Singh lavorava e padre di Antonello, l’uomo che ha abbandonato il bracciante agricolo ferito, è accusato di aver sottoposto i braccianti, almeno sei, a condizioni di sfruttamento, approfittando del loro stato di bisogno.

Secondo le accuse, Lovato avrebbe pagato i lavoratori meno di quanto previsto dal contratto nazionale. L’indagine contesta a Lovato anche di aver fornito ai lavoratori condizioni di lavoro e alloggiative inadeguate.

L’inchiesta è stata avviata dalla Procura di Latina cinque anni fa, a seguito della morte di Singh, avvenuta nel giugno 2020. Oltre a Lovato, sono indagate altre due persone, responsabili di una cooperativa agricola.

“Quello che ha fatto il proprietario dell’azienda agricola di Satnam non è giusto. In Italia gli ospedali sono sempre aperti, per tutti. Se fosse stato portato subito lì, oggi sarebbe qui con noi. E invece oggi la sua mamma e i suoi fratelli, a cui mandava i soldi da qui, stanno piangendo in India. Eppure, prima di lui era successo già a tanti altri. Questa volta, però, visto come è stato trattato dal suo datore di lavoro, il governo italiano ha alzato la voce”, è la testimonianza di Singh Amarjit, lavoratore in un’azienda di bombole di gas in provincia di Latina.

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Amarjit ha aggiunto: “Satnam era uno dei tanti clandestini arrivati in Italia a piedi o in barca senza documenti. Molti di loro sono in nero, ma se messi in regola lavorano meglio, così come dovrebbe essere. È una situazione che si protrae da anni e anni. Chi ha i documenti prende 6 euro, chi è senza 3 o 4 al massimo. Dico sempre loro che se vengono trattati male devono andare subito dalla polizia o dai carabinieri per denunciare tutto. Lavorano 12 o 13 ore al giorno sotto al sole: vivono indietro di vent’anni. Meritano che i loro diritti vengano rispettati”.

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